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I conti senza l?oste Stampa
Guido Guidi   
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La ricerca sul clima arriva da tutte le direzioni ormai, ma ci sono alcuni centri d’eccellenza la cui voce, per tradizione o per capacità di comunicare o per entrambe queste ragioni insieme, è spesso un tono sopra le altre. Uno di questi è senz’altro l’Hadley Centre in Inghilterra, l’articolazione del Servizio Meteorologico di Sua Maestà che si occupa appunto di clima.

Sede del Working Group II dell’IPCC, ovvero del team che, nell’ambito del panel delle Nazioni Unite, porta avanti la ricerca sull’adattabilità ai cambiamenti climatici, l’Hadley Centre ha collaborato alla stesura del documento noto come “Stern Review” nel 2006, con il quale è stato ipotizzato l’impatto socio-economico del riscaldamento globale; in pratica il documento che ha fornito alla scienza del clima l’invito per i salotti buoni dell’economia. Insomma quando parlano gli scienziati dell’Hadley Centre le acque si muovono parecchio.

E’ per questo che una interessante notizia circolata all’inizio del mese di agosto avrebbe meritato maggiore risonanza. Si prende spunto, come spesso accade, della pubblicazione su Science Magazine di un lavoro di ricerca svolto proprio all’Hadley Centre. Nell’articolo vengono descritti i risultati dell’impiego di un modello di simulazione climatica, che darebbe risultati consistentemente affidabili sul comportamento delle temperature nei prossimi dieci anni. Il modello è un misto tra l’approccio deterministico delle previsioni del tempo a breve e medio termine e le simulazioni climatiche a scala temporale ben più ampia. Questa commistione di metodi differenti costituisce però un limite all’impiego del modello stesso, perché alla base delle previsioni di tipo deterministico ci sono la situazione di partenza del sistema di cui si vuole esaminare l’evoluzione, e la memoria che il sistema stesso conserva di questa situazione. Questi due fattori, interagendo tra loro, danno luogo alle naturali oscillazioni delle variabili atmosferiche. Oltre i dieci anni questa memoria diviene troppo labile, anche se riferita alla componente del sistema terra-atmosfera-oceani che possiede il comportamento più inerte rispetto al clima, appunto gli oceani.

Al lettore più attento non sarà sfuggito che appena poche righe fa, sono state tirate in ballo le forzanti naturali del clima, ovvero quelle dinamiche di variabilità interna che, di fatto, al netto del vero o presunto impatto antropogenico, dettano le regole dell’evoluzione del sistema. Il risultato sorprendente di questa ricerca è che in una comparazione tra un modello che tenga conto della normale variabilità interna al sistema ed una simulazione che valuti le sole forzanti esterne, nella fattispecie le attività umane, il primo si dimostra molto più affidabile del secondo. Prendiamo atto tuttavia che tutte le simulazioni climatiche sin qui condotte, spesso su base congetturale per quel che attiene alla reale dimensione delle forzanti antropiche, appartengono alla seconda specie, ossia non tengono in nessun conto la situazione iniziale del sistema e non considerano importante la variabilità interna al sistema stesso, cioè la natura.

Questo studio rappresenta certamente una novità ed una rivelazione insieme. La novità è nell’approccio, cioè nel cercare di tener conto di forzanti interne al sistema, e che sono in grado di condizionarlo pesantemente. Le oscillazioni della temperatura di superficie dell’Oceano pacifico Equatoriale che tutti conoscono come El Niño, le differenze di pressione atmosferica tra le isole Azzorre e l’Islanda, le circolazioni oceaniche e molte altre ancora, delle quali conosciamo ancora davvero poco. E’ infatti recente anche l’aggiunta di un nuovo tassello proprio alla mappa del trasporto di calore nei bacini oceanici. La corrente di profondità che, scorrendo a sud del mar di Tasmania, mette in collegamento gli oceani Pacifico, Atlantico ed Indiano. Un elemento nuovo del quale si supponeva soltanto l’esistenza. Questo del resto non può che confermare quanto ancora ci sia da sapere sul comportamento del sistema clima nella sua totalità prima di poter affermare che sia in atto una variazione anomala.

La rivelazione infine, alquanto inattesa, è che sin qui in tutta evidenza sono state percorse strade sbagliate, e forse le proiezioni sul comportamento del clima nei prossimi decenni andrebbero riviste alla luce di questa nuova metodologia. E’ proprio il metodo stesso a dirlo infatti. Nella simulazione condotta dal team dell’Hadley Centre, appare chiaro come la variabilità naturale possa anche aver agito e continuare ad agire, almeno nei prossimi quattro o cinque anni, attenuando gli effetti delle forzanti non naturali, mentre verso la fine della prossima decade potrebbero verificarsi anni mediamente più caldi di quelli che attualmente detengono il record.

Anche questo lavoro finisce per strizzare l’occhio all’allarmismo del Riscaldamento Globale. Se vogliamo, però, potrebbe anche darsi che questa previsione finisca per confermare quanto detto finora, cioè che la variabilità naturale ha un’ampiezza superiore a quella indotta da cause esterne e finché il segnale di questi eventi naturali è forte, nella prima fase della simulazione quando la memoria del sistema è abbastanza fresca, questa prevale restituendo alle forzanti antropiche un ruolo più marginale. Quando la memoria si attenua, la simulazione finisce per somigliare a quelle che l’hanno preceduta, il sistema si dimentica di avere un carattere e finisce per essere fortemente condizionato da quello che gli succede intorno. Sappiamo che il suo carattere il clima non lo perderà, a dispetto di quello che dicono le simulazioni, per cui certamente si dovranno fare i conti con la variabilità naturale, per pensare di presentare il conto alle cause antropiche.

Fonte: http://www.climatemonitor.it

 
 

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