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E’ la politica che cambia, non il clima Stampa
Guido Guidi   
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Leggiamo sul Corriere della Sera di qualche giorno fa: “[...] Ridurre le emissioni al livello previsto dalla direttiva europea costerebbe al nostro Paese secondo stime del governo italiano circa 180 miliardi di euro pari all’1,14% del nostro Pil. Tuttavia il costo globale del cambiamento climatico potrebbe costare fino al 5% del prodotto interno lordo mondiale entro la fine di questo secolo. Lo affermano in una nota congiunta Organizzazione mondiale della sanità (Oms), Fao e Autorità per la sicurezza alimentare europea (Efsa). Queste ultime fanno notare inoltre che Se negli ultimi 100 anni la temperatura globale si è alzata solo di 0,74 gradi centigradi, nel corso del prossimo secolo quella europea è destinata a salire di un valore compreso tra 2,3 e 6 gradi centigradi. La rapida accelerazione del riscaldamento climatico inciderà drammaticamente sulla salute degli europei. La popolazione è esposta infatti ai cambiamenti climatici attraverso le alterazioni delle stagioni e attraverso i cambiamenti nella qualità e quantità di acqua, aria e alimenti, negli ecosistemi, nell`agricoltura, nei mezzi di sostentamento e nelle infrastrutture”.

Interessante, anche la proiezione climatica fatta da chi non si occupa esattamente di clima. Possibile? Cerchiamo il famoso comunicato congiunto e lo troviamo sul sito dell’Efsa alla sezione news. Una lettura illuminante. In effetti le previsioni sono ereditate dal 4° Rapporto IPCC, non sono autografe, ma è affascinante vedere come, dopo aver reso conto di “possibili” scenari climatici, si passi rapidamente a snocciolare gli effetti degli stessi sulla nostra salute. Uno psicodramma nel quale non c’è la minima ombra di incertezza o di uso del condizionale, soltanto futuro prossimo. La più bella di tutte è la previsione di esposizione della popolazione europea agli effetti del cambiamento climatico sulle infrastrutture. Chi più ne ha più ne metta, ci cadranno i ponti in testa dal troppo caldo.

Eppure il momento è topico, forse si potrebbe provare a ragionare con un pò più di freddezza, malgrado l’aria bollente. Proprio di questi giorni si è registrata la più importante inversione di tendenza degli ultimi anni. Complice la crisi finanziaria globale, al vertice della UE si sono improvvisamente accorti che buttare miliardi di Euro dalla finestra per giocare a scambiarci le figurine del cap and trade ha ben poco a che fare con il clima. In un certo senso fa sorridere il fatto che l’evoluzione del clima sia entrata nei salotti buoni della politica grazie alla convenienza finanziaria e ne stia per uscire per la stessa mano.

Un breve promemoria. Che gli effetti delle politiche di riduzione delle emissioni sul trend della temperatura su cui tanto faticosamente si era trovato un accordo, sarebbero comunque irrisori era noto a tutti. Che, inoltre, quelle stesse politiche ci costerebbero un occhio della testa era altrettanto noto. Che, nella migliore delle ipotesi, assisteremmo ad una pesante delocalizzazione delle attività produttive verso paesi “inquinabili” era una facile previsione. Ora si aggiunge anche la scoperta che il commercio dei certificati di emissione è, a tutti gli effetti, scambio di aria fritta, serve soltanto ad arricchire chi compie la mediazione e quindi somiglia tanto ad una certa finanza che ieri era creativa, oggi è tossica.

Nel frattempo la realtà delle osservazioni ci dice che le proiezioni sui cambiamenti climatici fanno acqua da tutte le parti. Sempre sul Corriere della Sera ho letto oggi due frasi illuminanti con cui l’editorialista Giovanni Sartori sferza i guru della finanza e la loro incapacità di prevedere gli attuali disastri.  Credo che potrebbero andar bene anche per altro genere di previsioni, più attinenti al nostro campo di discussione. La prima: “Un sapere «pratico» che consiglia male e che prevede altrettanto male, produce guai o comunque ci lascia nei guai”. E la seconda: [...] chi non sa prevedere, nemmeno sa prevenire. Giudicate voi.

Dove risiedono dunque le ragioni della forza con cui si sono sin qui sostenute le politiche di mitigazione? Tre le sedi. Alcuni ambienti finanziari, il fondamentalismo ambientalista e la ricerca del consenso da parte dei decisori. Dei primi che dire? Si sono rotte le ossa da soli e non sembra giusto infierire. Ai secondi rammenterei che la politica del no ad oltranza non ha mai pagato e che se non ci fosse stata la rinuncia all’impiego dell’energia nucleare, forse ora avremmo avuto la scialuppa per essere traghettati verso costi ed efficienza delle risorse rinnovabili che putroppo ancora non sono proponibili. Gli ultimi sono gli unici a preoccuparsi del clima in quanto loro simile, estremamente volubile.

Fonte:www.climatemonitor.it

 
 

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