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Venerdì 13 Agosto 2010 10:41

Non si può cominciare dalla fine

Scritto da  Guido Guidi
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Qualcuno ci prova leggendo il giornale dall’ultima pagina, ma solo perché è interessato alle notizie che stanno in fondo. Qualcun altro legge i libri dall’ultimo capitolo; qui faccio più fatica a capire ma, tant’è, poco danno.

Per molti altri ancora, e torniamo all’ambiente di questo blog, cominciare dalla fine è praticamente diventata una prassi. Non passa giorno che non ci venga anticipata la data di un futuro disastro. Tot di temperatura in più, Artico completamente libero dai ghiacci, coste e pianure sommerse dal mare, molluschi ignudi causa acidificazione degli oceani e quant’altro. Che brutta fine. Appunto, la fine, presagi di disastro ai quali si arriva per mezzo di complesse operazioni di simulazione delle dinamiche del clima, imponendo ad esse effetto antropico in varie quantità.

Del resto questo, almeno sin qui, è l’unico approccio che conosciamo atto a soddisfare la nostra endemica ed anche molto antropologica voglia di conoscere il nostro destino. Possibile farlo senza un’adeguata conoscenza del passato ed una affidabile immagine del presente? Difficile, eppure in materia di clima accade esattamente questo. Ad esempio, sappiamo quale sarebbe stato l’andamento delle temperature in assenza del forcing indotto dalle attività umane? E sappiamo con la necessaria precisione di quanto è aumentata la temperatura, al netto di errori di misurazione, bias di vario genere, problemi di disomogeneità spaziale e temporale delle serie storiche e scarsità delle informazioni disponibili?

Due le risposte, no e ancora no.

Il primo no. Calma, lo so che ci sono fior di studi sulle dinamiche delle temperature e che soltanto aggiungendo alle simulazioni il forcing antropico si riesce in qualche modo a far somigliare la curva simulata a quella reale, ma questa operazione soffre delle stesse difficoltà di cui soffrono le proiezioni basate sull’assunto che l’effetto antropico sia preponderante, ovvero che in presenza di un riscaldamento di piccola entità indotto dai gas serra antropici, si scatenerebbero delle dinamiche interne al sistema tutte con effetto amplificante. Dato che molto probabilmente così non è, perché nel medio periodo (quello in cui è possibile fare un confronto) pare che ne esistano anche di mitiganti, sorge il dubbio che il sistema più che essere altamente sensibile ai forcing esogeni, possieda dei meccanismi interni che ne regolano il funzionamento scongiurando il disastro da caldo, dato che in passato le temperature sono state anche più alte di oggi e la Terra pare non si sia mai fritta per questo.

Il secondo no, anch’esso ampiamente dibattuto, riguarda l’oggetto di questo post, ossia lo stato iniziale e pregresso del sistema. Vediamo. Alcuni giorni fa la NOAA ha fatto sapere di ritenere inequivocabile che il pianeta si stia scaldando, molti indici sarebbero al riguardo concordi. Tra questi, naturalmente, i più gettonati sono i dataste di temperatura più completi e ritenuti affidabili che in modo –si dice- indipendente, giungono alle stesse conclusioni.

Il punto è che questi dataste non sono affatto indipendenti, il serbatoio delle informazioni è, di fatto, soltanto uno, il Global Historical Climatology Network (GHCN) da cui “pescano” tutti gli altri, NOAA, GISS e HadCRUt. Se il primo è incompleto lo sono anche gli altri, i quali semmai in modo –questo sì- indipendente, pongono in essere delle operazioni di correzione dei dati grezzi, rischiando di aggiungere un bias proprietario indotto dalle procedure di omogeneizzazione spazio-temporale dei dati, di correzione dei condizionamenti ambientali sulle serie storiche (leggi isole di calore urbano) e, paradossalmente in tempi di alta tecnologia e comunicazione globale, di interpolazione tra dati sempre più scarsi.

Alcuni giorni fa  è uscito a firma di Ross McKitrick, economista, un lavoro di analisi dettagliata delle serie contenute nel dataste del GHCN, da cui si evince che il problema che abbiamo non è affatto sapere e prepararci al clima che farà, quanto piuttosto sapere che clima fa e ha fatto. Appunto, lo stato iniziale. Da notare che l’analisi è sui numeri, non sul loro significato in termini climatici, e con quelli ci possono giocare gli economisti anche se si tratta di temperature.

Tra i punti salienti di questo lavoro, l’analisi della distribuzione spaziale dei punti di osservazione. C’è stata nel tempo una progressiva diminuzione del numero delle stazioni, con un crollo decisivo nelle ultime decadi che ha riguardato in modo preponderante le alte latitudini. Per cui, dapprima gradualmente e poi in modo più deciso, i dati provenienti dalle zone a clima caldo o temperato, hanno avuto e stanno avendo un peso statistico molto più importante nel computo delle medie globali. Le procedure di rimozione del bias urbano, inoltre, oltre a non essere in molti casi efficaci, hanno avuto come risultato un generale effetto di accentuazione delle anomalie negative nella prima parte del periodo post-industriale e di quelle positive nella seconda, finendo quindi per accentuare la pendenza del trend di riscaldamento.

Ma ci sono anche altre fonti di bias e di discontinuità, come ad esempio la progressiva “migrazione” dei punti di osservazione dalle aree rurali a quelle aeroportuali (attualmente circa il 50% delle stazioni del GHCN è sugli aeroporti) divenute nel tempo aree ad elevata urbanizzazione soggette a sostanziale modifica delle condizioni ambientali a carattere locale.

McKitrick giunge alla conclusione che “ci sono dei problemi di qualità nei dataset di temperatura che ionducono a chiedersi se le serie di temperatura globale, in special modo sulla terraferma, possano o meno essere considerate sufficientemente continue ed accurate, per sostenere il peso delle conclusioni cui si giunge con il loro impiego”, e che, “gli utilizzatori dovrebbero essere al corrente di queste limitazioni, con particolare riferimento alle applicazioni di indirizzo della policy”.

Ora, nel pieno rispetto dell’opinione di molta parte della comunità scientifica che pensa di poter estrarre da questi dati delle serie affidabili e dunque suggerire delel policy adeguate, e tralasciando l’uso sconsideratamente allarmistico di una discreta parte di divulgatori molto più votati alla politica che alla scienza, mi chiedo se non sarebbe più sensato pensare di concentrare gli sforzi nella risoluzione di questi problemi prima di leggere l’ultimo capitolo del libro, cioè prima di porre in essere strategie di mitigazione di un fenomeno non appieno conosciuto, che rischiano di essere inutili ed inefficaci oltre che ad elevatissimo costo sociale. Quale medico somministrerebbe una cura senza sapere cos’ha il malato?

Certo, si può obiettare che le previsioni climatiche, a differenza di quelle meteorologiche non necessitano di condizioni iniziali accurate. A parte il fatto che di questo potremo esser certi solo quando le prime avranno la stessa affidabilità delle seconde –cosa che ora non è assolutamente-, con quale tipo di clima si dovrebbe paragonare e quindi giudicare pericolosa una certa evoluzione con un dettaglio al decimo di grado, se non si conosce con lo stesso dettaglio il termine di paragone?

E poi ancora, è nelle intenzioni dell’IPCC dar vita ad un prossimo rapporto (il 5°), nel quale sia data più attenzione all’evoluzione climatica nel breve e medio periodo, ovvero per scenari decapali o anche molto meno, più che secolari come fatto sin qui. E’ un fatto che su scala decadale il clima non abbia seguito l’evoluzione prevista in modo soddisfacente, per il probabile contributo di fattori di origine naturale dal ruolo non adeguatamente noto. Da dove si possono trarre le informazioni adatte ad identificarne l’esistenza se non migliorando la conoscenza della situazione attuale e pregressa? Un esempio. Sono stati consumati fiumi di inchiostro per dar corpo alo scenario che vedrebbe fenomeni atmosferici estremi sempre più violenti in un mondo sempre più caldo. Ci sarebbero molte ragioni per obiettare, ma non è questo il punto. Consideriamo piuttosto gli eventi estremi per eccellenza, il cicloni tropicali e le piogge monsoniche. Per i primi, dopo l’intensa stagione del 2005, più che un’ascesa del numero e dell’intensità degli eventi si è osservata una sensibile contrazione. Le seconde continuano ad avere una variabilità interannuale molto accentuata, caratterizzata da eventi di picco che oggi ci vengono riportati come inusuali, ma che basta cercare con un po’ di pazienza negli annali per capire che così non è. Per di più, la loro previsione è ancora quasi impossibile, perché i fattori climatici che ne regolano l’occorrenza non li sappiamo ancora replicare.

Bene, tanti o pochi che siano i cicloni tropicali, forti o meno che siano i monsoni, agli umini non serve sapere cosa accadrà tra 50 o 100 anni, ma cosa accadrà tra un mese, un anno e magari cinque o dieci, e se si vuole avere una speranza di riuscire nell’intento, il libro va riaperto e riletto con cura, non già dalla prima pagina, ma dalla copertina. Può darsi che così, quello che si arriverà a scrivere sull’ultima pagina sia di qualche utilità –come dire- climatica piuttosto che mediatica.

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