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Venerdì 12 Novembre 2010 11:29

Modelli climatici, vulcani e Monsoni

Scritto da  Guido Guidi
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Un nuovo filone di ricerca di cui apprendiamo da Science Daily. Il titolo è eloquente: I Vulcani hanno spostato le piogge asiatiche. Si va indietro nel tempo di 800 anni, cercando la conferma dell’influenza che le eruzioni vulcaniche possono aver avuto in passato sul clima del Pianeta e, in modo forse ancora più determinante, sul tempo atmosferico del breve medio-periodo.

E così leggendo i dati di prossimità forniti dagli anelli di accrescimento degli alberi, i ricercatori hanno trovato qualcosa di particolare, e cioè un importante accrescimento delle piogge monsoniche su parte del continente asiatico avvenuto dopo le eruzioni vulcaniche più potenti di cui si abbia memoria. Qui, sui Science Daily potete leggere per esteso il commento all’articolo attualmente “in press” sul GRL1.

Del pezzo di SD, che contiene alcune dichiarazioni degli autori della ricerca, mi ha colpito questo periodo:

[...] I ricercatori della Columbia University hanno mostrato che le grandi eruzioni tendono a rendere più arida buona parte dell’Asia centrale, ma portano più piogge sulle regioni del Sud-Est Asiatico, tra cui Vietnam, Laos, Cambogia, Tailandia e Birmania – l’opposto di quello che molti modelli climatici prevedono.

[...] researchers at Columbia University’s Lamont-Doherty Earth Observatory showed that big eruptions tend to dry up much of central Asia, but bring more rain to southeast Asian countries including Vietnam, Laos, Cambodia, Thailand and Myanmar — the opposite of what many climate models predict.

Già, i modelli. Che fare? Che farne? Alcuni giorni fa Roger Pielke Sr. ha pubblicato un post sul suo blog piuttosto interessante in cui mette l’accento su come gli sforzi concentrati in termini di risorse sulle simulazioni multidecadali siano di scarsa utilità per i processi decisionali, specialmente in assenza della possibilità di sottoporli a corretti processi di verifica.

Con lui Judit Curry, in un post dal titolo “Decision making under climate uncertainty“, in cui una sorta di cortocircuito tra politica, scienza e finanziamenti alla stessa, indotto dalla fretta di indicare delle policy che vorrebbero correttamente affrontare il problema, marginalizza la ricerca sulla variabilità naturale del clima sia a scala regionale che globale, focalizza la ricerca sullo sviluppo dei modelli piuttosto che sulle osservazioni (specie per il paleoclima), e valorizza l’accordo tra i modelli a discapito di un’attenta esplorazione dell’incertezza degli stessi che includa anche la loro struttura, con il risultato di avere avuto (da parte dell’IPCC) delle determinazioni troppo sbilanciate sul ruolo dei gas serra nei cambiamenti climatici.

Pielke giudica così questo meccanismo: Questa cultura dell’utilizzo dei modelli come strumento per comunicare con i policy makers è un uso inappropriato e ambiguo del metodo scientifico. Concetti per nulla innovativi, ma sin qui del tutto inascoltati, come dice Richard Lindzen “quotato” sempre nel post di Pielke:

In pratica, abbiamo un nuovo paradigma in cui le simulazioni e i programmi hanno rimpiazzato la teoria e le osservazioni, in cui i governi determinano la natura dell’attività scientifica, e in cui il ruolo principale delle associazioni professionali è fare azione di lobbyng sui governi per acquisire dei benefici.

Tutto questo quando, come dimostra l’articolo di Science Daily con cui abbiamo iniziato, non passa giorno senza che si scopra qualcosa che avviene nel mondo reale e nei modelli non c’è, o, se c’è è interpretata diversamente.

La domanda direi potrebbe essere questa: perché concentrare tutti i propri sforzi nella realizzazione di sistemi di prognosi per il lungo o lunghissimo periodo, piuttosto che su quelli di breve e medio periodo? Come un lettore ha ironicamente commentato qualche giorno fa, mi rispondo anche da solo: perché i primi non sono verificabili e garantiscono successo, i secondi si verificano ad ogni cambio di stagione, e può capitare che qualcuno chieda spiegazioni, come è accaduto ai colleghi dello UK Met Office alla seconda previsione consecutiva di inverni confutata e verificata sotto la neve. Non solo una brutta figura, ma forse anche qualche sterlina risparmiata per prepararsi ad una stagione mite salvo poi doverne spendere molte di più affrontarne una molto rigida.

Ora di previsioni di quel tipo non se ne sentono più molte, però per quelle che vanno ancora più lontano si continuano a destinare enormi quantità di risorse, eppure, in un interessante articolo pubblicato dall’AMS (Navarra et al. 2010) leggiamo:

Non ci sono stati cambiamenti rivoluzionari nel modelli climatici sin dal loro avvento più di 30 anni fa. I modelli fanno uso delle stesse equazioni dinamiche, con metodi numerici migliorati, ed hanno risoluzioni e parametrizzazioni paragonabili. Negli ultimi trent’anni, la potenza dei computer è aumentata di un fattore 106. Dell’aumento di un milione di volte della capacità di computazione, circa un fattore 1.000 è stato impiegato per rendere i modelli più sofisticati. La risoluzione, l’inclusione di più processi fisici, biologici e chimici, e parametrizzazioni più elaborate di fenomeni non ancora compresi hanno tutti avuto migliorie di modesta entità.

E infatti, scopriamo che l’attività vulcanica, certamente non pronosticabile, ma altrettanto certamente cruciale nelle dinamiche del clima, produce effetti opposti a quelli simulati. In tutti questi anni di attività, qualcuno ha pensato a mettere a punto un modello climatico a breve periodo che simuli il comportamento del sistema negli anni immediatamente successivi ad una importante eruzione? Chissà, forse sì, sul computer di casa nel tempo libero. Per il resto del tempo c’è da scoprire quanto caldo farà tra cent’anni.

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