Una scossa non da poco quella che sta attraversando il mondo del clima. Ma è leggittimo porsi una domanda: a cosa serve? Leggendo i commenti che intasano i blog più agguerriti sembrerebbe che tutto ciò possa tornare utile in vista del prossimo vertice di CO2penhagen, ma non credo affatto che ciò sia vero. Per una serie di ragioni, su cui ne svettano un paio: il fattore tempo ed il fattore americano.
Con riferimento al primo, a meno che non si voglia trasformare il prossimo vertice in un’allegra discussione sul gossip, dubito che i contenuti pur discutibili delle famose mail trafugate possano far cambiare alcunchè. Abbiamo letto sul blog che più di tutti sostiene la causa del Global Warming antropico, che si dichiara indipendente e che poi intrattiene una incessante comunicazione con i vertici delle istituzioni sedi dei vari Working Group dell’IPCC, dichiarando di essere a loro completa disposizione per sostenere la causa, che l’aspetto più importante di tutta questa storia -oltre quello legale ovviamente- non è tanto quello che c’è nel materiale in circolazione, quanto piuttosto quello che non c’è. Mancherebbero, secondo loro, quelle prove inoppugnabili di complotti globali pro AGW, di manipolazione dei dati o di occultamento degli stessi che l’agguerrita minoranza del mondo scientifico per nulla convinta della teoria AGW continua ad ipotizzare da anni. E poi ancora, sempre dalla stessa firma, scopriamo anche che screditare i propri avversari -scientifici per carità- è solo un problema di educazione e dell’allegra assenza di formalismi che contraddistingue questi rudi uomini di scienza. Uno strano modo di affrontare il problema, che però sgombra ogni dubbio dall’incertezza sull’autenticità dei dati. Però sono chiacchiere, svelano ciò che molti sapevano già, cioè che quello della scienza del clima è un territorio altamente politicizzato, inquinato dall’ideologia e governato da quattro gatti. Per cui d’ora in poi quando sentiremo parlare di consenso, dovremo capire che non c’è un alto numero di esperti che concorda sul fatto che il fattore antropico sia predominante, quanto piuttosto che c’è un alto numero di esperti che concorda con quello di cui i felini di cui sopra sono convinti, perchè diversamente si incontrano serie difficoltà ad entrare nel giro che conta, a pubblicare i propri lavori, ad ottenere in fin dei conti le credenziali necessarie per rappresentare ad esempio il proprio paese nelle assise scientifiche internazionali. Non credo sia la stessa cosa.
Ma, per quanto disdicevole, questo non sposta di una virgola il problema, perchè nel frattempo la piramide sulla cima della quale siede questo gotha scientifico ha allargato enormemente la sua base, coinvolgendo centinaia di associazioni ed organizzazioni che hanno sposato in pieno la causa o sono addirittura nate con l’unico scopo di sostenerla. Perchè si è scientemente fatta confusione tra i concetti di ambiente, un problema reale, e clima, un problema ancora tutto da definire. In questo modo si è acquisito il sostegno di una larghissima fetta della pubblica opinione, che non sa o giustamente non vuole entrare nello specifico del problema, ma si accontenta altrettanto giustamente, di sapere che qualcuno ci sta pensando. Dal comune sentire, ormai ben allineato, discende direttamente l’impegno a livello politico, che non può prescindere dal consenso. Quale uomo politico a due settimane da un appuntamento così abbondantemente caricato di significati si sognerebbe di sfidare questo consenso e chiedere maggior chiarezza per valutare meglio le proprie decisioni?
E qui entra in gioco il secondo fattore. Negli ultimi giorni la conferenza di CO2penhagen è stata data per morta e resuscitata almeno un paio di volte. Prima l’attesa, le dichiarazioni d’intenti, la consapevolezza, con cui si è raccolta una grande messe di consenso, poi la realtà inevitabile resa nota al vertice dell’APEC, dove i due attori principali, USA e Cina, hanno convenuto che non sarà possibile raggiungere accordi operativi e sottoscrivibili da tutti i partecipanti. Apriti cielo, il consenso raccolto dall’amministrazione americana ha iniziato a dissolversi in una nuvola di CO2, La Cina, con cui più di qualcuno cominciava a simpatizzare, è tornata ad essere il mostro inquinatore. A questo punto gli strateghi del policy marketing sono intervenuti, ed è subito seguita un’altra dichiarazione per dire che no, in realtà l’accordo ci sarà, sarà in due tempi, ed anche se il primo servirà solo a dirsi ci vediamo alla prossima, si metteranno comunque subito al lavoro. Parole, non molto di più, perchè per quante promesse si possano fare nei summit, se poi non si è pronti ad adeguare coerentemente la propria legislazione interna, è impossibile onorare la parola data. E, dal punto di vista della legislazione interna, la Cina non mi risulta che abbia deciso di rallentare l’apertura settimanale di centrali elettriche a carbone, ed il Climate Bill americano non vedrà l’inizio delle discussioni che tentino una sua approvazione al Senato prima del prossimo anno.
Per cui ancora una volta quello di CO2penhagen sarà un successone mediatico dai contenuti prossimi alla seconda o terza cifra decimale. E non saranno certamente sufficienti pochi giorni di commenti sul climagate -perdonatemi l’orrida definizione ma è così che se ne parla ormai- per mutare gli atteggiamenti di quelli che contano. Chi potrebbe farlo? I media probabilmente, e allora è utile dare un’occhiata a come sin da subito è stata affrontata la questione dell’hacking dei dati dalla University of East Anglia nel panorama dell’informazione1.
Quando la rete già esplodeva da quasi 24 ore, la BBC è uscita con un secco comunicato con cui si dava notizia dell’intrusione malandrina nei server dell’università, senza fare alcun accenno ai contenuti. Quando i blog più seguiti raggiungevano centinaia di migliaia di contatti, finalmente il NYT produceva un articolo completo, in cui si dava conto del fatto che non era stata rubata la lista degli invitati ad un party, ma che si trattava di contenuti piuttosto compromettenti per quelli che siedono in cima alla famosa piramide, già protagonisti di qualche ammissione che ne confermava l’autenticità, ma con la dovuta prudenza rispetto al leggittimo rischio di manomissione parziale di quanto circola nella rete. A questo punto più o meno tutti hanno iniziato a parlarne. Una serie di articoli estremamente interessante, perchè conferma puntualmente quanto il mondo dell’informazione sia stato piegato nel tempo alla mera contrapposizione tra pro e contro AGW, piuttosto che fare informazione. Il Times è prudente, del resto difficilmente pubblica argomenti non AGW oriented. L’Independent tace. Il Guardian conferma la sottrazione dei dati, ma non fa alcun accenno ai contenuti cogliendo l’occasione per un bel peana a favore della Climate Research Unit della University of East Anglia (che invece a mio parere non ci fa affatto una bella figura). Lo stesso NYT riporta la questione come un problema afferente al mondo degli scettici, tra l’altro non invitati a CO2penhagen, tutti gli altri vadano pure sereni in Danimarca. Per il Washington post, sono gli scettici ad aver causato il problema decontestualizzando i contenuti di quello che altrimenti sarebbe un normale scambio epistolare tra esperti del settore.
E in Italia? Alla prontezza di riflessi del Foglio , uscito con le prime informazioni già ieri mattina, sono seguite 24 ore di silenzio. Poi oggi leggiamo qualcosa anche sul Corriere della Sera , un pezzo in cui si riporta in buona sostanza quanto scritto sul NYT, con il pregio di iniziare (finalmente!) a riportare qualche virgolettato, sdoganando i contenuti di questo singolare scambio epistolare anche nel nostro paese. La Repubblica tace, gli altri pure.
Due le considerazioni da fare per il momento. Innanzi tutto ci pensino i decisori, perchè le centinaia di migliaia, anzi i milioni di contatti, pagine lette e commenti sui blog specializzati, dimostrano che l’opinione pubblica non è affatto così allineata come dalla cima della piramide si desidera e si vorrebbe far credere. Secondariamente, registriamo il definitivo sorpasso della blogosfera sull’informazione di tipo tradizionale. Quest’ultima, infatti, salvo i pochi casi che abbiamo citato (per fortuna anche uno a casa nostra), è entrata nel dibattito fuori tempo massimo quando la notizia era ferma come le temperature globali degli ultimi dieci anni.
