Il livello del mare sta salendo, il leader di una piccola isola/nazione della Polinesia, l’isola di Tuvalu, scoppia in lacrime e chiede al presidente Obama di fare qualcosa per salvarla, sinceramente convinto (?) che questo rientri tra le sue prerogative. I ghiacciai montani sono in sofferenza in molte zone del mondo e altre popolazioni reclamano il proprio diritto ad essere protette o salvate, a seconda dei casi. Le stesse esigenze devono averle rappresentate alle loro divinità le popolazioni vichinghe che, a causa della sopravvenuta Piccola Era Glaciale, dovettero abbandonare i loro insediamenti in Groenlandia. Nulla potettero fare quelle divinità, nulla molto probabilmente potranno i potenti ma molto terreni grandi della Terra riuniti in questi giorni a CO2penhagen. Ma oggi non tornerò sull’argomento uomo sì, uomo no, vorrei semplicemente fermulare qualche riflessione sull’aumento delle temperature medie superficiali del pianeta.
Ebbene sì, siamo di fronte a questa inelluttabile realtà, il pianeta si è scaldato. Quanto, quando e, soprattutto, rispetto a quale ipotetica condizione ideale? Ahimè, a nessuno di questi quesiti è possibile dare una risposta oggettiva. Al riguardo siamo purtroppo ancora a livello di congetture. I primi due, quanto e quando, sono ovviamente strettamente correlati. Per rispondere al primo è necessario disporre di serie affidabili di misurazioni e di analisi di dati di prossimità onde sopperire all’assenza di dati osservati. Dall’analisi di queste serie si può pensare di ricavare una tendenza di lungo periodo, che cambia forma e segno in relazione alla lunghezza del periodo cui le serie fanno riferimento. Dopodichè, per dare un senso a questa tendenza, è necessario stabilire un periodo di riferimento, allo scopo di individuare eventuali anomalie del sistema.
Ormai parecchi anni fa, gli scienziati del clima ebbero l’intuizione di considerare idoneo, ai fini dello studio dell’andamento delle temperature, un periodo di almeno tre decadi. Oggi, con le conoscenze acquisite in ordine alla durata dei cicli oceanici AMO e PDO1 e con la consapevolezza che la maggior parte del lavoro di redistribuzione del calore sul Pianeta la compiono proprio gli oceani, sappiamo che questa intuizione fu azzeccata, ma sappiamo anche proprio in relazione al comportamento degli oceani, di questi cicli se ne dovrebbero intercettare almeno due per avere un ermine di paragone affidabile.
Il problema è che sia nel valutare il quanto e quando, sia nella scelta del periodo di riferimento, siamo costretti ad una serie interminabile di scelte soggettive che inevitabilmente condizionano i risultati delle nostre analisi. Per decidere quanto sia aumentata o diminuita la temperatura di una singola località occorre disporre di una serie di dati sufficientemente lunga, valutarne l’attendibilità e sperare che questa non sia stata sporcata nel tempo da spostamenti della stazione, cambiamenti della strumentazione o importanti modifiche morfologiche avvenute nelle zone circostanti. Se invece queste cose sono avvenute -cioè quasi sempre- occorre applicare delle procedure di correzione. Se invece di una località scegliamo di analizzare un’area, e quest’area è grande quanto il pianeta, tutte queste difficoltà le dobbiamo moltiplicare per il numero delle stazioni di cui disponiamo, aggiungendo però l’elemento positivo di poter paragonare i dati di una stazione con quelli delle località limitrofe. Ammesso che ve ne siano. Già, perchè per vastissime zone del mondo, i dati a disposizione sono veramente pochi. Spesso i punti di griglia, ovvero i quadratini in cui è necessario suddividere la zone di riferimento per disporre di una serie omogenea dal punto di vista spaziale, sono popolati da una sola stazione o addirittura da nessuna. Quel quadratino, se dotato di una sola stazione di riferimento, non potrà fornire molto aiuto per valutare quanto accaduto in quelli adiacenti; se del tutto privo di informazioni, dovrà importare in toto le informazioni provenienti dalle zone adiacenti. Ne consegue che la costruzione di un dataset di dati di temperatura media superficiale globale è quanto di più artificioso si possa immaginare. Quel che ne risulta è poco più di una stima, non certo un’osservazione.
Nelle convulse giornate immediatamente successive all’esplosione del Climategate, Phil Jones, direttore del CRU2 si è affrettato a specificare che la similarità di risultati cui sono giunti tutti quelli che gestiscono i dataset delle temperature globali è garanzia del fatto che le loro operazioni di omeneizzazione e correzione dei dati non possono essere state oggetto di manipolazione o, se si preferisce, di bias ideologico. Come abbiamo più volte sottolineato, questa è una non risposta. Infatti, già in tempi decisamente non sospetti, ovvero nel 2007, Roger Pielke Sr, uno scienziato che alcuni ritengono sia uno scettico ma che si arrabbia molto se lo si definisce tale, aveva pubblicato sul GRL un lavoro con cui dimostrava che i dataset del GISS, del CRU e dell’GHCN, sono sovrapponibli per il 90-95% delle fonti che impiegano. Per quanto si vogliano applicare procedure di post-processing differenti, partendo da dati grezzi così largamente condivisi, i risultati possono soltanto essere molto simili. Sempre nello stesso lavoro, venivano affrontati e discussi la maggior parte dei problemi cui sono purtroppo soggetti i dati rilevati dalle stazioni di superficie.
Infatti, per ragioni a volte decisamente incomprensibili, ogni volta che i dati grezzi di una stazione di superficie sono soggetti a operazioni di correzione e aggiustamento, finisce per essere accentuata la tendenza all’aumento delle temperature. E’ questo il caso ad esempio della stazione di Darwin in Australia, che abbiamo discusso qui e che alla fine è divenuta rappresentativa per una parte consistente di un intero continente. Ma i casi sono innumerevoli, ad esempio qui e qui è possibile trovarne altri, presi a caso tra le poco più di duemila stazioni che compongono il dataset delle temperature globali.
Se per qualcuno non fosse chiaro, questi sono aspetti di cruciale importanza, al pari della definizione del peso reale dell’effetto antropico sulle dinamiche del clima. Anzi, se non si riescono a risolvere i famosi quanto, quando e rispetto a cosa, eliminando i più possibile le scelte soggettive, non abbiamo speranze di valutare esattamente questo peso. Ancora Pielke Sr, infatti, dimostrando di essere inoltre tutt’altro che scettico, ha pubblicato con il suo team di ricerca un documento in cui pone il peso dell’effetto antropico sul clima in relazione ad elementi interni al sistema in posizione centrale. Insomma, più si approfondiscono questi argomenti, più ci si rende conto che il mondo non ha bisogno di faraoniche imprese di mitigazione, quanto piuttosto di un salutare bagno di umiltà da parte soprattutto di quanti si ostinano a considerare acquisite certe conoscenze.

