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Solo una volta terminata l’eruzione del vulcano islandese Eyjafjallajkull si potranno eseguire stime quantitative delle sue conseguenze sul sistema climatico. Ad affermarlo è l’ENEA che in un comunicato spiega come in ogni caso non si tratterà di un effetto permanente sulle attuali tendenze al riscaldamento globale, ma di un evento circoscritto nel tempo la cui portata è ancora da determinare.

Secondo Vincenzo Ferrara, esperto di clima dell’ente di ricerca, "se le polveri emesse dal vulcano islandese avranno quantità' e soprattutto energia (termica) tale da 'bucare' la tropopausa e finire nella stratosfera, potrebbero restare anche anni e determinare cambiamenti climatici più significativi''. Un nucleo di alta pressione al largo delle coste irlandesi, accoppiato a una bassa pressione sulle Azzorre, ha formato nell'area una configurazione della circolazione atmosferica nota ai meteorologi con il nome di “blocco atlantico”. Questa configurazione, caratterizzata da venti intensi da nord sull'Europa, è in grado di persistere per diversi giorni e sta “spingendo” rapidamente la nube di polvere verso il sud d'Europa, dove - secondo gli esperti di clima dell'Enea - ha trovato le condizioni ideali per disperdersi sul continente.

In ogni caso si tratta di polveri che potrebbero avere effetti contrastanti sulla temperatura. L'aumento di anidride carbonica tenderebbe ad aumentare temporaneamente l'intensità dell'effetto serra. Tuttavia l'effetto di gran lunga più rilevante è quello dovuto alle polveri. ''A seconda della consistenza e del tipo di eruzione, la nube vulcanica forma uno strato di polveri che può arrivare – continua l’Enea - anche a rivestire tutta l'atmosfera terrestre. Questo strato funziona da schermo e da specchio per la radiazione solare provocando un importante riscaldamento della stratosfera (sopra la nube) e un raffreddamento dei bassi strati dell'atmosfera (sotto la nube)''. ''Le conseguenze di un'eruzione particolarmente ricca di composti attivi dal punto di vista dell'interazione con la radiazione solare (solfati), vengono osservate solitamente durante i due anni successivi all'evento. Il riscaldamento della stratosfera può' superare (come nel caso dell'eruzione del Pinatubo nel Giugno 1991) gli 0.5 gradi centigradi a scala planetaria con conseguente impatto su tutta la circolazione atmosferica. Nella bassa atmosfera le conseguenze delle eruzioni sull'abbassamento delle temperature globali sono meno evidenti anche se nel passato si sono verificati casi eccezionali: l'eruzione dell'Aprile 1815 del Monte Tambora in Indonesia ha provocato un tale abbassamento della temperatura da trasformare il 1816 in un anno senza estate''.

Secondo l’Enea dunque si tratterebbe di "un evento circoscritto nel tempo" la cui portata è però "ancora da determinare". Nella storia ci sono tuttavia "esempi di conseguenze delle eruzioni sull’abbassamento delle temperature globali". L’eruzione del Monte Tambora in Indonesia del 1815, sempre nel mese di aprile, "ha provocato un tale abbassamento della temperatura da trasformare il 1816 in un anno senza estate", ricorda l’ente di ricerca. Tuttavia, "la Piccola Era Glaciale, un lungo periodo di basse temperature sull'Europa culminato intorno al 1600, stava per terminare e nonostante il Tambora, la tendenza al riscaldamento continuò durante gli anni successivi".

A confermare quanto sostenuto dall’Enea arrivano anche le ipotesi di alcuni studiosi internazionali. Secondo Colin Macpherson dell'Università di Durham e Kathryn Goodenough del Geological British Survey, in Inghilterra, l’eruzione dell’Eyjafjallajökull potrebbe avere un effetto sul clima regionale dell'Europa, ma solo a condizione che vada avanti per almeno un altro paio di anni.

In ogni caso l’eruzione vulcanica sta creando non pochi danni all’economia generale del nostro Paese. La Coldiretti, parla di circa 10 milioni di euro di danni causati al settore agroalimentare dalla chiusura degli spazi aerei attuata in questi ultimi giorni che ha reso impossibile il trasporto dei prodotti Made in Italy nel resto del mondo. A essere trasportati per via aerea sono infatti soprattutto i prodotti ad alto valore aggiunto - sottolinea la Coldiretti – che poi sono quelli maggiormente deperibili, dalla frutta alle mozzarelle, fino ai fiori.

 

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Sbagliata la previsione dell'Ipcc sullo scioglimento completo nel 2035 i ghiacciai di Himalaya e Tibet non spariranno prima della fine del secolo L'Onu ammette: le previsioni erano esagerate

ROMA - È sempre più sottile il ghiaccio su cui camminano i climatologi. Due brutti colpi in tre mesi hanno scalfito l'immagine degli scienziati che studiano il riscaldamento del pianeta. Dopo lo scandalo delle e-mail rubate a novembre in cui alcuni ricercatori suggerivano di "aggiustare" i dati, ieri l'Intergovernmental panel on climate change - l'agenzia Onu incaricata di monitorare la febbre del pianeta - è stato costretto a fare marcia indietro su una previsione tanto allarmistica quanto poco accurata.

"I ghiacciai dell'Himalaya si sciolgono più rapidamente che nel resto del mondo e potrebbero scomparire del tutto entro il 2035 o addirittura prima" annunciava il rapporto Ipcc del 2007 (alla fine di quell'anno l'organizzazione riceveva il premio Nobel per la pace insieme ad Al Gore). Considerato che il tetto del mondo è la principale riserva di ghiaccio dopo i poli, e che i suoi 12mila chilometri cubi d'acqua dolce alimentano Indo, Gange e Brahmaputra dissetando centinaia di milioni di persone, l'allarme era da far tremare i polsi.

Ieri l'Ipcc ha ammesso di avere un po' esagerato. Nel 2035 l'Himalaya sarà ancora imbiancato e un comitato di esperti si riunirà per rivedere il dato che era stato gonfiato. "Ci siamo sbagliati su una cifra, è vero - ha ammesso ieri il responsabile dell'Ipcc, Rajendra Pachauri - Ma questo non toglie nulla alle prove scientifiche sul riscaldamento del pianeta". La seconda figuraccia di seguito dell'Ipcc ha avuto però l'effetto di rinvigorire il fronte degli scettici anche, come fa notare un dossier dedicato oggi da Nature al cambiamento climatico, "se i dati dell'Ipcc sono sbagliati potrebbero anche esserlo per difetto" e "la verità del riscaldamento è ormai impossibile da negare".

L'allarme sul prosciugamento dell'Himalaya aveva anche scatenato una querelle diplomatica tra l'Ipcc e il governo indiano, che fin da subito aveva contestato la credibilità della notizia. Il ministro dell'ambiente Jairam Ramess in un'intervista pubblicata martedì dal quotidiano Hindustan Times non aveva risparmiato gli strali contro gli scienziati di base a Ginevra: "La previsione sulla scomparsa dei ghiacciai non è basata su alcuna prova scientifica. L'organizzazione deve spiegarci come è arrivata a una conclusione così spaventosa".

In effetti, ripercorrendo all'indietro la storia della notizia dello scioglimento dei ghiacciai dell'Himalaya, non si arriva a uno studio scientifico bensì a un'intervista che il glaciologo indiano Syed Hasnain, docente all'università Nehru di Nuova Delhi, rilasciò alla rivista divulgativa New Scientist nel 1999 e che era basata sulle sue impressioni assai più che su dati raccolti sul campo. La data del 2035 era stata ripresa da un dossier del Wwf sul Nepal del 2005 per poi finire nel rapporto dell'Ipcc senza alcun controllo di attendibilità. Una seconda ipotesi è che gli scienziati di Ginevra (l'Ipcc è formato da un migliaio di esperti di tutto il mondo) abbiano commesso un errore di stampa nel citare uno studio russo del 1996 sulla "scomparsa dei ghiacciai himalayani entro il 2350".

Lo scivolone dell'Ipcc - sottolinea il dossier di Nature - non inficia comunque la gravità della questione climatica: "Le osservazioni dai satelliti e le misurazioni in loco dimostrano che i 45mila ghiacciai di Himalaya e Tibet si stanno effettivamente riducendo. Ma gli esperti dubitano che questi ghiacciai, anche i più piccoli, si possano sciogliere del tutto prima di fine secolo". La tendenza generale al riscaldamento è incontrovertibile e i dubbi restano solo sui tempi e sui dettagli. Perché, spiega Nature, "la realtà della scienza del clima è che i dati davvero cruciali sono anche i più difficili da misurare con certezza".
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Inizia lo studio dei dati in una regione che viene considerata una spia fondamentale sulle temperature

ROMA - E’ l’avamposto più settentrionale sul fronte delle ricerche climatiche italiane, un particolare tipo di antenna che svetta per 34 metri nei pressi di Ny Alesund, la cittadina della scienza polare situata nell’isola di Spitzbergen (78° parallelo Nord). L’hanno battezzata “Amudsen-Nobile Climate Change Tower” e, in pratica, consiste in un traliccio d’alluminio che supporta una molteplicità di sensori per la misura di vari parametri fisico-chimici dell’atmosfera e di apparati radio per la trasmissione dei dati raccolti.
«Dopo mesi di collaudo, calibrazione degli strumenti e trasmissione dati da Ny Alesund al centro operativo di Bologna, la nostra Torre del clima passa ora alla piena fase operativa, entrando a far parte di un progetto integrato di ricerca coordinato dal Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr), con la partecipazione di numerosi enti di ricerca nazionali e internazionali», annuncia il professor Giuseppe Cavarretta, direttore del dipartimento Terra e Ambiente del CNR, a conclusione di un seminario italo-norvegese per la cooperazione scientifica nell’Artico che si è svolto questa settimana a Roma.

GLI STUDI - Dedicata al nome dei due grandi esploratori polari del secolo scorso, il norvegese Roald Amundesen, che morì nel tentativo di soccorrere il generale Umberto Nobile, precipitato sul pack col dirigibile “Italia” nel 1928, la Torre del clima ha il compito di studiare gli scambi di radiazioni termiche fra la terra e l’atmosfera in una regione che viene considerata una spia dei cambiamenti climatici. Spiega Cavarretta: «Nell’ultimo secolo le temperature medie del pianeta sono aumentate di circa 0,7° centigradi. Nel Polo Nord, invece, si è registrato un incremento delle temperature più che doppio, a causa del fatto che le regioni polari sono fra le più sensibili del pianeta. Il Climate Change Tower Integrated Project, avrà lo scopo di ottenere una completa descrizione del bilancio di energia alla superficie, acquisire una migliore comprensione dei numerosi e complessi processi che coinvolgono l'aria, la neve, il ghiaccio, il suolo, lo strato di terreno ghiacciato permanente (o permafrost), la vegetazione. Essa si aggiunge alla Base Dirigibile Italia gestita dal Cnr, già presente da anni a Ny Alesund».

I DATI - Nei prossimi mesi la Torre del clima raccoglierà anche dati relativi agli inquinanti presenti nell’atmosfera polare, aggiungendo così nuovi dati a un progetto già in corso per il monitoraggio di numerose sostanze nocive provenienti da varie aree del pianeta che, a causa della circolazione atmosferica, si accumulano al Polo, depositandosi nella neve e nel terreno. Alcuni di questi inquinanti hanno anche un effetto indiretto sul clima. “Molti sono gli eventi che possono portare a variazioni del clima e della qualità ambientale e possono essere sia di origine naturale che legati alle attività umane –spiegano Cavarretta e collaboratori- . Uno di questi è rappresentato dal “biomass burning” cioè l’incendio di foreste, boschi, savana, evento questo che provoca una trasformazione irreversibile del materiale organico in anidride carbonica, cioè in uno dei gas serra che determinano variazioni climatiche anche importanti, e immette nella circolazione atmosferica importanti quantità di particolato che agisce come nucleo di condensazione per le nuvole, spesso influenzando la qualità dell’aria a livello locale e regionale ma soprattutto assorbendo e riflettendo l’energia solare e quindi alterando il clima”. Nell’ambito dell’accordo italo-norvegese è stato stabilito uno scambio di dati: i ricercatori italiani forniranno ai colleghi norvegesi i dati raccolti dalla Torre del clima e quelli norvegesi ricambieranno con dati simili, raccolti dalle loro postazioni esistenti sul vicino Monte Zeppelin.

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I cosiddetti "giorni della merla", vale a dire gli ultimi giorni di gennaio, deriverebbero da una leggenda popolare lombarda secondo la quale, per ripararsi dal gran freddo, una merla e i suoi pulcini, in origine bianchi, si rifugiarono dentro un comignolo, dal quale emersero il 1° febbraio, tutti neri a causa della fuliggine. Da quel giorno tutti i merli furono neri.

I tre giorni più freddi di gennaio, furono a mio avviso quelli del gennaio 1985, i giorni della forte nevicata a Roma quando la temperatura nella città eterna fu per un giorno di una decina di gradi sotto lo zero. Se ne registrarono meno ventitre a Firenze, meno ventidue a Torino, meno diciotto a Milano.

L'evento che viene profilandosi nei prossimi giorni mi appare però come un episodio di estremizzazione del tempo, un fenomeno sempre più frequente da alcuni anni a questa parte che è da ricondurre a quella instabilità climatica che la comunità scientifica internazionale fa risalire all'aumento della concentrazione di anidride carbonica nell'atmosfera.

Un aumento che oltre a provocare un surriscaldamento del pianeta agirebbe anche sui sistemi atmosferici, vale a dire sulle depressioni delle medie latitudini delle correnti occidentali e nel semestre caldo perfino sui cicloni tropicali.

In altri termini, su questi sistemi si verificherebbe un incremento di energia, sia pure dell'uno per cento rispetto alla energia del Sole, ma quanto basta però per provocare squilibri nella circolazione generale dell'atmosfera che assume così nel giro di un paio di giorni ondulazioni di grande ampiezza, estese cioè dalle latitudini subtropicali fino alle regioni polari e viceversa, per cui su una determinata regione avanza una spiccata cresta anticiclonica, con ansa rivolta a nord, preceduta ad oriente e seguita ad occidente da saccature particolarmente acute e dirette verso sud.

Avvengono così insolite irruzioni di aria molto fredda che si alternano ad invasioni di aria calda attraverso spiccate componenti meridiane di quella corrente che in condizioni normali è mediamente occidentale, per intenderci la corrente che spira da ovest verso est, lungo i paralleli geografici.

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L'oscillazione artica ha provocato uno degli inverni più freddi in Europa a memoria d'uomo.

Spaventati da un inverno mai così duro, che ha fatto nevicare in e a , come non era quasi mai accaduto, gli spagnoli hanno elaborato una spiegazione precisa. L’analisi riguarda tutto il Nord Europa, Italia compresa, da un mese sotto una cappa di gelo, provocata da correnti gelide che non cessano e che portano , gelate, alluvioni.

Il responsabile del clamoroso cambio di che installa eccezionali temperature sopra i 10 gradi in Groelandia  e Alaska, è la cosidetta ” Oscillazione Artica”. Lo sostiene il cattedratico di Fisica della Terra della Università di Castilla-La Mancha, Manuel de Castro. Secondo l’Oscillazione Artica il tempo del nostro inverno è determinato dalla bassa pressione sull’ e dall’anticiclone sull’Atlantico. Oggi l’oscillazione si è invertita e le basse pressioni si sono piazzate in basso mentre l’anticiclone blocca il al Nord. Questo spiega anche la persistenza di un duro alle nostre latitudini. La fase fredda  in dicembre e in questo inizio di gennaio si è installata grazie a queste nuove traiettorie che hanno capovolto il nel nostro emisfero.

Una “Oscillazione Artica” così capovolta non capitava dal 1950. Secondo gli spagnoli questi fenomeni non hanno nulla a che fare con il riscaldamento della terra. Per stabilire se ne saranno una conseguenza saranno necessari nuovi studi.

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Mercoledì 27 Gennaio 2010 10:02

Più Uragani? Sì, no, forse…Boh.

Che browser usate per viaggiare sulla rete? Siete magari un po’ pigri e vi piace essere coccolati dalle mille opzioni di Internet Explorer o magari preferite qualcosa di più spartano ma anche più originale e sicuro? Anche in questo campo ci sono diverse linee di pensiero, ma è opinione diffusa che il software della Microsoft possa mettere seriamente a repentaglio le informazioni che custodite gelosamente nel vostro pc. Personalmente ho scarsissima conoscenza al riguardo e quindi non so dire cosa sia meglio fare. Ricordo però di aver letto tempo fa una cosa che mi parve sensata. I problemi di sicurezza del browser della Microsoft discendono dalla sua enorme diffusione, perchè questa ha fatto sì che su di esso si siano concentrate le “attenzioni” di tutti i buontemponi della rete. Se altri software altrettanto validi fossero stati così diffusi, avrebbero incontrato le stesse difficoltà. Penso sia ragionevole, ma, ripeto, non posso esserne sicuro.

Questa problematica ha delle interessanti analogie con le questioni che affrontiamo quotidianamente su queste pagine. Qual’è la pubblicazione di riferimento che negli ultimi anni ha dominato la scena del dibattito in materia di clima? Non ci sono dubbi, la palma va al 4° Rapporto dell’IPCC, l’organizzazione premiata addirittura con il nobel per la pace proprio dopo la pubblicazione di questo lavoro. Logico dunque che su di esso si sia concentrata l’attenzione di tutti quanti hanno necessità di essere informati su questi temi. Date le dimensioni dell’allarme lanciato proprio da questo rapporto, tale massimo livello di attenzione ha segnato l’inizio dei problemi circa la solidità scientifica di quanto pubblicato. Per la verità già le precedenti edizioni avevano dovuto fronteggiare parecchie critiche, rivelatesi poi più che fondate, ad esempio in merito alla ricostruzione delle temperature dell’ultimo millennio basata su un lavoro successivamente rigettato dalla comunità scientifica, ma questo non ha impedito che attorno alle determinazioni dell’IPCC si generasse un movimento di isteria climatica che con la scienza e la ricerca non dovrebbe proprio aver nulla a che fare.

Eppure, sia nel corpo del rapporto, quanto nei sunti destinati ai decisori politici e nelle dichiarazioni dei suoi massimi rappresentanti, lo stesso panel si è reso spesso protagonista di eccessi di catastrofismo del tutto privi di fondamento scientifico. Purtroppo gli esempi sono davvero numerosi e riguardano aspetti tutt’altro che marginali, anzi, una volta messi in evidenza minano profondamente l’attendibilità di molta parte delle informazioni diffuse sin qui.

Su queste pagine abbiamo parlato recentemente della gaffe che ha riguardato la previsione di scioglimento dei ghiacciai dell’Himalaya, una faccenda che quando ha iniziato a prender corpo è stata liquidata troppo in fretta dal presidente del panel, che bollò come Voodoo Science -leggi stregoneria- le critiche mosse dai detrattori delle posizioni del panel. Ora è arrivata la smentita ufficiale, che promette un’analisi più coerente basata su fonti più attendibili. Evidentemente la stregoneria è stata messa da parte.

Poi c’è stata la faccenda delle risorse idriche mondiali. Pubblicare soltanto i numeri che indicano quanti milioni di persone potrebbero essere a rischio di approvvigionamento idrico in ragione del cambiamento climatico, omettendo quante invece cesserebbero di dover combattere questi problemi in ragione degli stessi cambiamenti, non so quanto possa essere indice di disattenzione e quanto piuttosto sia dovuto alla volontà di trasmettere un messaggio univoco, pratica questa che si allontana tantissimo dagli scopi di approfondimento scientifico e divulgazione che dovrebbero animare le attività del panel stesso.

Appena ieri è stata messa in luce un’altra significativa disattenzione. Questa volta tocca ad una questione ancora più delicata, la presunta accentuazione dei fenomeni estremi. Questo problema è decisamente centrale, perchè se tutte le proiezioni diffuse sin qui riguardo a sconvolgimenti epocali, per quanto allarmistiche e catastrofiche possano essere sono riferite ad eventi abbastanza difficili da comprendere e contestualizzare quali l’innalzamento del livello dei mari, la desertificazione, l’aumento stesso delle temperature non più solo in veste di causa scatenante, ma anche come elemento che renderebbe invivibili alcune zone del nostro pianeta, sono comunque percepibili solo con finzioni grafiche ed effetti speciali cinematografici, l’aumento di intensità ed occorrenza degli eventi estremi è qualcosa che potrebbe toccarci da vicino sin da subito, nelle nostre case e nei nostri affetti. Di fatto si tratta del link attraverso il quale il terrore del clima che cambia si attualizza e si rende immediatamente percepibile.

Peccato che non sia vero. Lo dimostra la scienza e lo dimostrano i fatti. Dal punto di vista strettamente empirico, la stessa teoria dell’AGW nega la possibilità che i fenomeni estremi possano aumentare, dato che in una presunta irrefrenabile tendenza delle temperature ad aumentare, queste aumenterebbero di più alle alte latitudini che non a quelle equatoriali. Questo ridurrebbe il differenziale di temperatura lungo la longitudine, di fatto sottraendo carburante a questi eventi. Ma è giusto entrare nel merito e procedere con un’analisi di quanto accade o è accaduto nel recente passato, evitando di lasciare campo libero a sonore baggianate come quelle pronunciate nella clima-fiction di Al Gore, dove l’uragano Katrina è stato chiaramente portato ad esempio spaventevole del clima e del tempo meteorologico che ci aspettano. Lo ha fatto l’IPCC? Sì, sia nel 3° che nel 4° ed ultimo dei suoi rapporti. Come? Citando come fonti nel primo caso un lavoro pubblicato su Munich Re e nel secondo caso un lavoro di Robert Muir-Wood del 2006, entrambi non sottoposti a revisione paritaria. Ma c’è di più, se nel 3° rapporto la possibilità che l’impatto degli eventi estremi potesse essere correlato al cambiamento climatico è stata espressa con molta cautela, pur alimentando lo stesso delle roboanti dichiarazioni dell’allora presidente del panel, nell’ultimo la ricerca di riferimento si guarda bene dal centrare questa correlazione, individuando un lievissimo trend di aumento degli eventi estremi  nel periodo 1970-2005, ma non trovandone alcuno nel periodo 1950-2005. Infatti, una volta sottratte le mutate condizioni a contorno, quali ad esempio l’urbanizzazione delle coste per gli uragani, una volta aggiustato l’ammontare dei costi dei danni con le oscillazioni dell’economia e una volta eliminati dalle serie storiche gli anni 2004 e 2005, eccezionalmente anomali quanto a incidenza di uragani, il segnale di correlazione è praticamente irriconoscibile. Del resto anche altri autorevoli esperti quali ad esempio Roger Pielke Jr (che non è uno scettico oltretutto) e con lavori peer reviewed, hanno prodotto le prove che ad oggi non c’è nessuna possibilità di mettere in correlazione il cambiamento climatico con la frequenza di occorrenza e l’intensità degli eventi estremi.

E l’IPCC cosa ha fatto? Ha preso il lavoro di Robert Muir-Wood ed ha citato soltanto quanto detto per il periodo 1970-2005, ignorando quanto indicato nel resto del lavoro e soprattutto ignorando la letteratura peer-reviewed che invece va in tutt’altra direzione. Le giustificazioni questa volta non arrivano dalla massima carica del panel, ma da uno dei suoi vice, co-chairman del Working Group II, proprio quello che studia l’eventuale impatto del cambiamento climatico: “Il lavoro del 2007 dovrebbe essere visto come una fotografia di ciò che era noto allora. la scienza progredisce. Se qualcosa si rivela inesatta, possiamo sistemarla al prossimo giro”.

Nel frattempo però abbiamo Ed Milliband, ministro dell’energia e del cambiamento climatico in Inghilterra che va in giro dicendo che le alluvioni nel suo paese e nel resto del mondo potrebbero essere collegate al riscaldamento globale, Barack Obama, presidente degli Stati Uniti ha ammonito lo scorso autunno che tempeste più violente ed alluvioni minacciano tutti i continenti, per non parlare delle catastrofiche profezie di Al Gore. Dove lo hanno letto? Chi lo ha suggerito? Che dite, al prossimo giro faranno delle dichiarazioni di smentita? Oppure abrogheranno qualche legge approvata nel frattempo per fronteggiare un pericolo tutto da dimostrare?

E  poi perchè si dovrebbe attendere il prossimo rapporto dell’IPCC? I grandi della Terra si sono a visti appena un mese fa a Copenhagen, quale occasione migliore per avvisare tutti in un colpo solo che la situazione non è così tragica e che ci sono ancora parecchie cose da capire? Ogni volta che esce qualche nuovo lavoro nella direzione della catastrofe gli si fa fare il giro del mondo in un batter d’occhio, ora, per leggere queste novità dovremo aspettare degli anni, perchè, si sa, queste cose richiedono tempo!

Tiriamo un po’ le somme. Cosa è il cambiamento climatico generato dal riscaldamento globale? Aumento delle temperature: E’ di questi giorni la notizia che l’attuale rete osservativa potrebbe avere seri problemi di rappresentatività. Scioglimento dei ghiacci marini e terrestri: L’Antartide cresce, L’artide è tornato a crescere (per quanto non si sa, ma questi sono i fatti) e i ghiacciai dell’Himalaya stanno meglio di quanto si pensava. Disponibilità idrica: ci sarà più gente che smetterà di avere problemi di quanta non comincerà ad averne. Eventi catastrofici: non c’è alcun legame dimostrato tra aumento delle temperature e la loro frequenza di occorrenza o intensità. Ho una voglia matta di leggere questo famoso prossimo giro!

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Post Scrittum: In una intervista al Mailonline il coordinatore del gruppo di lavoro dell’IPCC che a suo tempo inserì nel report la fantomatica data del 2035 per la scomparsa dei ghiacciai dell’Himalaya, ammette che la notizia riguardava molte nazioni nella zona della catena montuosa e che se avessero potuto “metterla in risalto”, avrebbe contribuito a convincere i policy makers a intraprendere azioni concrete, nonostante, come egli stesso ricorda, sapessimo che si trattava di “gray literature”, ovvero non sottoposta a processo di revisione paritaria. Un problema tecnico? Non proprio, una mistificazione bella e buona, perchè se la revisione fosse avvenuta (e di commenti prima della pubblicazione ne hanno ricevuti ed ignorati parecchi), quella notizia non sarebbe mai apparsa, proprio perchè palesemente infondata.

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Post Scrittum #2: I Want My Money Back! Altra interessante rivelazione. Appena una settimana fa, giusto prima che uscisse la dichiarazione congiunta del presidente dell’IPCC e dei suoi vice che chiedeva scusa per l’errore commesso sui ghiacciai dell’Himalaya e prometteva di porre rimedio, con ciò intendendo anche una più rigorosa applicazione del principio di revisione paritaria delle ricerche impiegate, la Carnegie Corporation ha effettuato una donazione di 310.000 sterline alla TERI, la fondazione di cui è presidente Rajendra Pachauri. Tra le motivazioni per la donazione compare proprio la problematica dei ghiacciai himalayani:

“The Himalaya glaciers, vital to more than a dozen major rivers that sustain hundreds of millions of people in South Asia, are melting and receding at a dangerous rate.
“One authoritative study reported that most of the glaciers in the region “will vanish within forty years as a result of global warming, resulting in widespread water shortages,”

“The Himalaya glaciers, vital to more than a dozen major rivers that sustain hundreds of millions of people in South Asia, are melting and receding at a dangerous rate.

“One authoritative study reported that most of the glaciers in the region “will vanish within forty years as a result of global warming, resulting in widespread water shortages,”

In effetti di questa faccenda se ne parla già da prima del vertice di CO2penhagen, ma la dichiarazione ufficiale dell’IPCC è giunta solo all’indomani della donazione. Eh, si sa, anche per queste cose ci vuole tempo. Che dite, ora gli chiederanno i soldi indietro?

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“I ghiacciai dell’Himalaya stanno arretrando più velocemente che in qualsiasi altra parte del mondo e, se continuano a questo ritmo, la possibilità che scompaiano del tutto entro il 2035 e forse anche prima è molto alta“. Così si leggeva nel Quarto Rapporto di valutazione sui cambiamenti climatici stilato nel 2007 dall’IPCC, il Panel dell’Onu che raccoglie centinaia di scienziati che si occupano del riscaldamento globale. Ma adesso c’è chi mette quella previsione in discussione e salta fuori che in effetti non era il frutto di una “peer review”, la revisione tra pari necessaria per la validazione di qualunque dato scientifico.

Questo naturalmente non significa, come piace pensare ai clima-scettici, che tutto il lavoro dell’IPCC sia da buttare, ma certo getta una luce non proprio brillante sulla sua modalità di lavoro e rischia di comprometterne la credibilità. Un altro duro colpo alla scienza del clima dopo quello inferto, qualche settimana fa, dalla pubblicazione di alcuni messaggi di posta elettronica dei ricercatori dell’Università dell’East Anglia, in Inghilterra, dai quali emergeva che alcuni dati erano stati “ritoccati” per enfatizzare le responsabilità umane del riscaldamento globale.

Ma da dove arriva allora quel riferimento al 2035 come possibile anno di estinzione dei preziosissimi ghiacciai Himalayani? A quanto pare il riferimento fu ripreso da un rapporto del WWF del 2005, che però a sua volta citava un’intervista rilasciata nel lontano 1999 dal glaciologo indiano, Syed Hasnain, alla rivista New Scientist. Insomma, non proprio un granché come fonte autorevole nel senso che non si è mai visto un rapporto scientifico che cita un giornale: le cose vanno semmai nel senso contrario.

Tra l’altro Hasnain ha dichiarato che quella frase era stata raccolta in una breve intervista telefonica e che si trattava di una congettura che non aveva alcuna formale base scientifica. Ma un conto è leggerla su una rivista e farsi un’idea della gravità del problema, un conto è vederla comparire su un rapporto ufficiale sul quale, almeno teoricamente, dovrebbero basarsi le politiche internazionali in materia di emissioni.

Se la comunità scientifica resta concorde sul fatto che lo scioglimento dei ghiacciai in generale, e di quelli Himalayani in particolare, sta procedendo a ritmi preoccupanti, nessuno oggi sarebbe disposto a sottoscrivere una previsione tanto funesta. Lo scenario peggiore, prospettato in una recente conferenza internazionale sui ghiacciai dell’Asia tenutasi all’Università di San Diego, racconta un articolo del New York Times, è che per la fine del secolo potremmo vederne sparire il 70 per cento se le cose non cambiano.

Come si vede dunque, nonostante il dato comparso sul rapporto Onu del 2007 fosse fantasioso, non è che la realtà sia poi molto migliore. “Non vedo come un solo errore in un rapporto di 3.000 pagine possa danneggiare la credibilità dell’intero rapporto”, ha dichiarato alla BBC Jean-Pascal van Ypersele, vice-presidente dell’IPCC. Ma l’inferno, si sa, è nei dettagli.

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