APPROFONDIMENTI
Giovedì 15 Dicembre 2011 12:22

Novembre: la Niña annulla il Global Warming

Scendono ancora le temperature satellitari, sino a portarsi vicino alle medie trentennali. Merito della Niña che si sta facendo sempre più forte e che è destinata a crescere di intensità nei prossimi mesi.

Ovviamente affermare che il Global Warming è stato, secondo i dati satellitari, neutro a novembre non significa certo negarne l'esistenza nel lungo periodo, che è poi l'unico ad avere rilevanza climatica. Ma se scopo di questi articoli è quello di monitorare le oscillazioni termiche del nostro pianeta misurate dai satelliti mese per mese, allora dovremo sottolineare che a novembre l'anomalia si è praticamente ridotta a zero.

Stiamo parlando solo delle RSS, prodotte dalla NASA, perché le UAH, prodotte dall'Università di Alabama, non sono ancora uscite a causa di un ritardo tecnico. Ebbene, osservando il primo grafico noteremo che l'ultimo decennio ha visto una stasi delle anomalie termiche globali, e probabilmente gli ultimi anni stanno evidenziando una leggera diminuzione.

In particolare rispetto al mese di ottobre, le RSS, che già si erano portate su valori molto bassi, +0,08°C, sono scese a novembre a soli +0,03°C. L'anomalia termica di settembre, ad esempio era intorno ai +0,3°C. Il merito di tale diminuzione va alla Niña che, dopo aver causato il raffreddamento degli oceani soprattutto tropicali, ora sta favorendo quello della bassa troposfera attraverso il meccanismo di collegamento idrosfera-atmosfera.

Da molto tempo andiamo sottolineando che gli oceani sono i veri modulatori del clima e quindi anche delle temperature globali. E più che le acque superficiali, pure molto importanti, sarebbe davvero rivoluzionario se noi riuscissimo a misurare l'intera colonna d'acqua oceanica.

Per ora dobbiamo però raccontarci delle SSTA.
E queste ci dicono, nelle previsioni ad esempio del NOAA, che l'area interessata dal Niño 3.4 sarà soggetta ad un ulteriore importante diminuzione nel corso dei prossimi mesi, raggiungendo i suoi minimi all'inizio della primavera, come possiamo osservare nel secondo grafico.

In definitiva dobbiamo aspettarci che le anomalie termiche, sia satellitari che terrestri, diminuiscano nei prossimi mesi sino a scendere anche sotto le medie di riferimento: ciò riguarda soprattutto i dati satellitari. D'altra parte siamo in presenza della seconda Niña forte nel giro di pochi anni: che stia per iniziare una fase dominata da ENSO-?

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Giovedì 02 Dicembre 2010 18:13

Foreste serbatoio anti-CO2 per 30% emissioni

Un serbatoio per i gas serra, dove finiscono le emissioni che altrimenti alzerebbero la temperatura media globale del Pianeta. Questa mega-spugna che ruba CO2 all'atmosfera regalando ossigeno è rappresentata dalle foreste.

Lo sanno bene a Cancun, in Messico, dove - nel corso della Conferenza mondiale sui cambiamenti climatici, fino al 10 dicembre - i 194 governi presenti cercheranno di raggiungere un accordo sulla riforestazione soprattutto nei Paesi in Via di sviluppo e per salvare le foreste pluviali dal degrado.

Dalle foreste tropicali poco conosciute dell'Africa a quella Amazzonica, si tratta di serbatoi naturali che assorbono il 30% delle emissioni. Soltanto la deforestazione è, infatti, causa di 1,5 miliardi di tonnellate di emissioni all'anno derivanti dallo sradicamento a livello mondiale di 13 milioni di ettari verdi ogni anno.

Anche l'Onu ne ha sancito la sua importanza: dopo il 2010, dedicato alla Biodiversità, ha dichiarato il 2011 anno internazionale delle foreste. Esiste anche un programma ad hoc per salvare il patrimonio forestale internazionale che si chiama Redd (Reducing emissions from deforestation and forest degradation): l'idea è di aumentare il sequestro di carbonio atmosferico attraverso degli incentivi per proteggere sia le foreste che la biodiversità.

In Italia, secondo i primi risultati del Corpo forestale dello Stato, l'Inventario forestale nazionale e dei serbatoi di carbonio indicano - per esempio - in un miliardo di euro il risparmio dovuto al taglio delle emissioni da parte dei boschi (nel quadro del protocollo di Kyoto). Inoltre, sulla base di oltre 300.000 punti di sondaggio sul territorio nazionale, la Toscana e la Sardegna sono le regioni che hanno maggiori superfici forestali.

In Italia poi la maggior parte dei boschi (68%) è di latifoglie, il 64% delle superfici buscate sono di proprietà privata. Il 28,5% dei boschi ricade all'interno di aree naturali protette. E il 16% dei boschi si trova entro i primi 300 metri di quota dal livello del mare, soltanto il 3% oltre i 1.800 metri di altezza. Un terzo del territorio italiano è composto da boschi pari a 10,5 milioni di ettari, di cui 8,7 milioni di ettari definiti sulla base delle indicazioni Fao. Ogni abitante ha a disposizione 1.498 metri quadrati di bosco.

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Giovedì 18 Novembre 2010 15:42

Fa freddo? E’ il global warming bellezza

Fare blogging è uno spasso. Farlo sui temi del clima lo è ancora di più. Ogni giorno ce n’è una nuova, non c’è verso di annoiarsi. Tempo fa abbiamo anche giocato a contare tutte le presunte malefatte dell’AGW, quella che stiamo per vedere è la più bella di tutte.

Un team di ricercatori ha condotto un esperimento impiegando un modello di circolazione generale e forzando la diminuzione del ghiaccio marino artico dal 100 all’1%; l’atmosfera terrestre risponde producendo una serie di inverni gelidi sull’area europea, salvo poi, a processo completato, restituire ad ogni cosa il suo posto abbandonando il vecchio continente all’oblio del climarrosto.

“Recent severe winters like last year’s or the one of 2005-06 do not conflict with the global warming picture, but rather supplement it.”

“I recenti inverni rigidi come quello passato o quello del 2005-06, non confliggono con l’immagine del riscaldamento globale, ma piuttosto la completano.”

Difficile da credere, a meno che il modello di circolazione generale impiegato non ribalti completamente le leggi della redistribuzione del calore sul pianeta. E’ infatti la prevalenza di movimenti d’aria su direttrice meridiana a forzare la temperatura alle alte latitudini, non il contrario. E quando qualcosa sale, qualcos’altro deve necessariamente scendere. In atmosfera di solito sale l’aria calda verso le latitudini settentrionali atlantiche  e scende quella fredda sul continente europeo.

Il tutto ottimamente spiegato dall’analisi degli indici della PDO, dell’AMO e della NAO, senza bisogno di metterci dentro alcun forcing antropogenico. Aggiungerei anche che se le dinamiche messe in evidenza in questo esperimento fossero vere, il feedback che i ricercatori dicono di aver scoperto, condurrebbe ad un importante aumento della copertura nevosa sull’emisfero nord in inverno (proprio come negli ultimi due anni), da cui discenderebbe un aumento dell’albedo, maggiori quantità di radiazione solare riflessa e amplificazione del raffreddamento.

C’è da sperare che si sbaglino, perché qualcuno pensa che le ere glaciali siano iniziate così. Ma in fondo lo sanno anche loro, perché il comunicato stampa del Postdam Institute for Climate Impact Research (PIK), finisce così:

Petoukhov’s study is not about tomorrow’s weather forecast but about longtime probabilities of climate change. “I suppose nobody knows,” he says, “how harsh this year’s winter will be.

Lo studio di Petoukhov non riguarda la previsione del tempo di domani, ma le probabilità di cambiamenti climatici nel lungo periodo. “Io credo che nessuno sappia,” egli dice, ” quanto rigido potrà essere il prossimo inverno.”

Un artista. Ci dice prima che gli inverni rigidi appena trascorsi supportano l’ipotesi del global warming  e poi che la sua previsione di altri inverni ancora più rigidi proprio a causa del global warming non si può associare a questo inverno, ma la si deve intendere nel lontano futuro.

Inconfutabile. E soprattutto utile, molto utile1.

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Venerdì 12 Novembre 2010 11:29

Modelli climatici, vulcani e Monsoni

Un nuovo filone di ricerca di cui apprendiamo da Science Daily. Il titolo è eloquente: I Vulcani hanno spostato le piogge asiatiche. Si va indietro nel tempo di 800 anni, cercando la conferma dell’influenza che le eruzioni vulcaniche possono aver avuto in passato sul clima del Pianeta e, in modo forse ancora più determinante, sul tempo atmosferico del breve medio-periodo.

E così leggendo i dati di prossimità forniti dagli anelli di accrescimento degli alberi, i ricercatori hanno trovato qualcosa di particolare, e cioè un importante accrescimento delle piogge monsoniche su parte del continente asiatico avvenuto dopo le eruzioni vulcaniche più potenti di cui si abbia memoria. Qui, sui Science Daily potete leggere per esteso il commento all’articolo attualmente “in press” sul GRL1.

Del pezzo di SD, che contiene alcune dichiarazioni degli autori della ricerca, mi ha colpito questo periodo:

[...] I ricercatori della Columbia University hanno mostrato che le grandi eruzioni tendono a rendere più arida buona parte dell’Asia centrale, ma portano più piogge sulle regioni del Sud-Est Asiatico, tra cui Vietnam, Laos, Cambogia, Tailandia e Birmania – l’opposto di quello che molti modelli climatici prevedono.

[...] researchers at Columbia University’s Lamont-Doherty Earth Observatory showed that big eruptions tend to dry up much of central Asia, but bring more rain to southeast Asian countries including Vietnam, Laos, Cambodia, Thailand and Myanmar — the opposite of what many climate models predict.

Già, i modelli. Che fare? Che farne? Alcuni giorni fa Roger Pielke Sr. ha pubblicato un post sul suo blog piuttosto interessante in cui mette l’accento su come gli sforzi concentrati in termini di risorse sulle simulazioni multidecadali siano di scarsa utilità per i processi decisionali, specialmente in assenza della possibilità di sottoporli a corretti processi di verifica.

Con lui Judit Curry, in un post dal titolo “Decision making under climate uncertainty“, in cui una sorta di cortocircuito tra politica, scienza e finanziamenti alla stessa, indotto dalla fretta di indicare delle policy che vorrebbero correttamente affrontare il problema, marginalizza la ricerca sulla variabilità naturale del clima sia a scala regionale che globale, focalizza la ricerca sullo sviluppo dei modelli piuttosto che sulle osservazioni (specie per il paleoclima), e valorizza l’accordo tra i modelli a discapito di un’attenta esplorazione dell’incertezza degli stessi che includa anche la loro struttura, con il risultato di avere avuto (da parte dell’IPCC) delle determinazioni troppo sbilanciate sul ruolo dei gas serra nei cambiamenti climatici.

Pielke giudica così questo meccanismo: Questa cultura dell’utilizzo dei modelli come strumento per comunicare con i policy makers è un uso inappropriato e ambiguo del metodo scientifico. Concetti per nulla innovativi, ma sin qui del tutto inascoltati, come dice Richard Lindzen “quotato” sempre nel post di Pielke:

In pratica, abbiamo un nuovo paradigma in cui le simulazioni e i programmi hanno rimpiazzato la teoria e le osservazioni, in cui i governi determinano la natura dell’attività scientifica, e in cui il ruolo principale delle associazioni professionali è fare azione di lobbyng sui governi per acquisire dei benefici.

Tutto questo quando, come dimostra l’articolo di Science Daily con cui abbiamo iniziato, non passa giorno senza che si scopra qualcosa che avviene nel mondo reale e nei modelli non c’è, o, se c’è è interpretata diversamente.

La domanda direi potrebbe essere questa: perché concentrare tutti i propri sforzi nella realizzazione di sistemi di prognosi per il lungo o lunghissimo periodo, piuttosto che su quelli di breve e medio periodo? Come un lettore ha ironicamente commentato qualche giorno fa, mi rispondo anche da solo: perché i primi non sono verificabili e garantiscono successo, i secondi si verificano ad ogni cambio di stagione, e può capitare che qualcuno chieda spiegazioni, come è accaduto ai colleghi dello UK Met Office alla seconda previsione consecutiva di inverni confutata e verificata sotto la neve. Non solo una brutta figura, ma forse anche qualche sterlina risparmiata per prepararsi ad una stagione mite salvo poi doverne spendere molte di più affrontarne una molto rigida.

Ora di previsioni di quel tipo non se ne sentono più molte, però per quelle che vanno ancora più lontano si continuano a destinare enormi quantità di risorse, eppure, in un interessante articolo pubblicato dall’AMS (Navarra et al. 2010) leggiamo:

Non ci sono stati cambiamenti rivoluzionari nel modelli climatici sin dal loro avvento più di 30 anni fa. I modelli fanno uso delle stesse equazioni dinamiche, con metodi numerici migliorati, ed hanno risoluzioni e parametrizzazioni paragonabili. Negli ultimi trent’anni, la potenza dei computer è aumentata di un fattore 106. Dell’aumento di un milione di volte della capacità di computazione, circa un fattore 1.000 è stato impiegato per rendere i modelli più sofisticati. La risoluzione, l’inclusione di più processi fisici, biologici e chimici, e parametrizzazioni più elaborate di fenomeni non ancora compresi hanno tutti avuto migliorie di modesta entità.

E infatti, scopriamo che l’attività vulcanica, certamente non pronosticabile, ma altrettanto certamente cruciale nelle dinamiche del clima, produce effetti opposti a quelli simulati. In tutti questi anni di attività, qualcuno ha pensato a mettere a punto un modello climatico a breve periodo che simuli il comportamento del sistema negli anni immediatamente successivi ad una importante eruzione? Chissà, forse sì, sul computer di casa nel tempo libero. Per il resto del tempo c’è da scoprire quanto caldo farà tra cent’anni.

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Il primo grafico rappresenta la serie storia delle anomalie delle temperature RSS. Il secondo grafico rappresenta la serie storia delle anomalie delle temperature UAH.

La misurazione delle temperature terrestri ottenute dai satelliti sono iniziate nel novembre 1978, e quindi ormai hanno acquisto un significato climatico importante, essendo passati i fatidici 30 anni che generalmente definiscono l'intervallo minimo di dati da utilizzare negli studi climatologici.
Oggi esistono principalmente due grandi gruppi che analizzano i dati satellitari: il Remote Sensitive System (RSS) che fa capo al NOAA, e l'University of Alabama in Huntville (UAH). Entrambi ricavano i dati satellitari (satellite Aqua della Nasa ) che ovviamente non misurano direttamente le temperature dell'aria, ma le radiazioni (radiances) nelle varie bande di lunghezze d'onda riferite alle microonde (microwave) dell'ossigeno atmosferico. Per essere più precisi il sistema usato è il Microwave Soundings Units (MSU) e la sua evoluzione l'Advance Microwave Soundings Units (AMSU), che misurano direttamente l'intensità delle risalita (upwelling) della radiazione a microonde dell'ossigeno atmosferico. L'intensità è promozionale alla temperatura dei diversi livelli atmosferici. Infine la radianza è misurata a diverse frequenze, che corrispondono a diverse regioni atmosferiche. Tali misurazioni sono molto difficoltose, ma sembra che i due massimi gruppi sopra ricordati siano giunti a risolvere molte di queste difficoltà e a raggiungere un buon livello di attendibilità.

Fatta questa doverosa premessa, andiamo a valutare i dati espressi in temperature nella bassa troposfera riferiti al valore medio di ottobre 2010. Partiamo dai dati RSS. Ebbene qui dobbiamo rilevare un vero e proprio crollo delle temperature rispetto ai mesi precedenti. Infatti il valore termico medio per ottobre è di +0,293°C rispetto alla media storica: praticamente è stato dimezzato il valore fatto misurare nei mesi precedenti, che si aggirava su un'anomalia di +0,5/+0,6°C (valore di luglio). Notevole anche l'anomalia termica riferita ai Tropici: +0,117°C! Si tratta di un dato sempre molto importante, perché i Tropici sono ovviamente sottoposti al massimo forcing solare e quindi risultano, soprattutto per ciò che riguarda gli oceani, i grandi immagazzinatori del calore terrestre.

Passando ai dati UAH notiamo subito che il calo c'è stato ma molto meno eclatante. Infatti l'anomalia globale per il mese di ottobre è di 0,42°C (a settembre 0,60°C). Anche qui diamo un'occhiata ai Tropici, dove troviamo un valore molto basso: +0,15°C!
UAH ci permette anche di analizzare il dato riferito agli oceani, che presenta un sorprendente +0,05°C! Se invece andiamo a vedere i dati dei due Poli troveremo le maggiori anomalie: +1,41°C al Polo Nord, e +0,78°C al Polo Sud.

In conclusione possiamo dire che l'effetto di raffreddamento globale determinato dalla forte Niña (anomalia di -2) sta iniziando a divenire tangibile. Seguendo il consueto percorso che implica dapprima il raffreddamento degli oceani tropicali, poi di quelli globali e infine, attraverso il meccanismo di scambio induttivo-convettivo, tale raffreddamento passa alla troposfera.

 

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Al via studio team americano in Alto Adige

BOLZANO - Scavare nella memoria del ghiacciaio per avere notizie sulla storia del riscaldamento climatico. E' questo l'obiettivo dello studio di un team di ricercatori americani condotto a quota 4 mila sulle nevi dell'Ortles in Alto Adige.

Il gruppo di ricercatori coordinato dal Byrd polar research center della Ohio State University, prima che i ghiacciai comincino a ritirarsi per il riscaldamento globale, ha prelevato campioni dalla calotta, alta fino a 70 metri. Gli strati di neve, infatti, conservano tracce dei numerosi composti chimici portati lassù dal vento e dalle nevicate. Sarà così possibile - ritengono gli scienziati - valutare l'entità delle deposizioni atmosferiche e anche l'impatto dell'inquinamento alle quote più elevate delle Alpi. Ulteriori aspetti soggetti a monitoraggio sono le variazioni di temperatura dell'aria, la quota minima della neve residua a fine estate, l'estensione dell'apparato glaciale, oltre alle condizioni del permafrost, lo strato permanentemente ghiacciato del suolo alpino.

Il programma di ricerca è svolto in collaborazione con la Provincia di Bolzano e gli atenei di Innsbruck (Austria), Padova, Pavia, assieme all'Istituto per la dinamica dei processi ambientali del Cnr ed all'Accademia europea Eurac di Bolzano.

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Per la prima volta l'India esplorerà il Polo Sud grazie a una spedizione scientifica partita da New Delhi, dopo una cerimonia alla presenza del ministro della Scienza e Tecnologia Prithviraj Chavan.

Secondo quanto riporta l'agenzia Ians, la missione durerà 40 giorni e sarà dedicata a effettuare analisi e campionature per studiare il cambiamento climatico. Vi partecipano otto scienziati che viaggeranno a bordo di un veicolo speciale realizzato dalla stazione di ricerca indiana Maitri in Antartico (costruita nel 1989).

E' previsto che gli esperti, guidati da Rasik Ravindra, direttore del Centro nazionale di ricerca su Antartide e oceani (Ncaor) che ha sede a Goa, prelevino dei campioni, oltre a condurre diversi esperimenti sulle condizioni atmosferiche della calotta antartica.
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I commenti dei lettori agiscono spesso nel senso di sollecitare approfondimenti rispetto all'argomento trattato. Così è stato nel caso dell'ultimo aggiornamento riguardante il ciclo solare (10 ottobre), in cui si sono messi a confronto andamenti climatici e attività magnetica. L'articolo si concentrava su due questioni nodali:
a)la variabilità della componente solare può avere effetti sul clima terrestre?
b)nel caso di risposta affermativa, il ciclo solare 24 possiede tali caratteristiche?

Dai commenti, è sintomatico notare un'implicita risposta positiva a entrambe le domande da certe letture unidirezionali degli eventi meteorologici a piccola e grande scala: l'intensità delle teleconnessioni più note, l'estensione del pack e ogni anomalia termica negativa, si configurano infatti come chiari riflessi d'un Sole debole, la cui azione starebbe già condizionando il futuro climatico del Pianeta. Ha destato scalpore la prima volta che fu scritto, ma val la pena ripeterlo: le proiezioni d'un evento simile al Minimo di Maunder sull'andamento delle temperature medie mondiali non comporta necessariamente una diminuzione generalizzata; in particolare, secondo questo modello, la regione compresa tra Groenlandia occidentale, Labrador e Terra di Baffin, vedrebbe un aumento dei valori superiore di 0,5 °C rispetto al dato medio 1995; analogamente l'Oceano Indiano, tra l'Africa meridionale e l'Australia, nonché alcune zone del sud Pacifico; nel Golfo dell'Alaska poi, e fino al Territorio dello Yukon, l'aumento supererebbe 1 °C [Hoyt, p. 182]. Alcuni autori hanno anche notato che il periodo precedente il Minimo di Maunder sarebbe stato altrettanto freddo, cosa che dimostrerebbe come la relazione tra Sole e clima sia infondata [Ibidem, p. 183]. Altre analisi, condotte sui resoconti dei primi viaggi di esplorazione nei mari antartici, farebbero postulare che il pack, alla fine della stagione estiva, fosse confinato 1°-2° di latitudine più a sud rispetto all'estensione 1930-'50; ora, ponendo mente al fatto che quelle navigazioni avvennero nel periodo 1770-1830, ovvero in coincidenza col Minimo di Dalton, nonché al culmine della Piccola età glaciale, la circostanza deve far riflettere [Lamb, pp. 302 e 338]. Sia chiaro: questi elementi non contraddicono la possibilità che la componente solare abbia effetti sul clima; mostrano invece un grado di complessità non facilmente dipanabile, e che dovrebbe quindi invitare alla cautela rispetto al dispiegarsi di ogni situazione. Si potrebbe anzi sostenere che, durante lo svolgersi d'un evento a scala emisferica, allo stato attuale delle conoscenze sia praticamente impossibile risalire alla sua causa primaria, che potrà semmai chiarirsi solo a posteriori. D'altronde, non è forse assodato che le temperature nord atlantiche ed europee subirono una generale diminuzione nel 1940-'75, testimoniata da un'espansione dei ghiacciai alpini, e che ciò avvenne in coincidenza col ciclo 19 (1954-'64), il più intenso storicamente documentato?

Tornando ai commenti cui si faceva riferimento, uno va trattato a sé, data l'autorevolezza dell'estensore. Sono le considerazioni di Fabio Nervegna, collaboratore della rivista di astronomia 'Coelum', su cui in più occasioni ha dato conto del ciclo solare in atto. Ha scritto dunque Nervegna nel suo commento: «C'è un'altra questione, di cui finora non [si] è parlato molto: il comportamento del ciclo 24 rispetto ai cicli solari precedenti. Ebbene, ad un anno e mezzo dal minimo (giugno 2010) il sunspot number (nella versione 'smoothed', cioè media mobile su più mesi) segnala che l'attuale ciclo 24 è in ritardo rispetto a tutti i cicli degli ultimi 300 anni (cioè quelli di cui esiste una ricostruzione del sunspot number) ad eccezione del ciclo 6, che fa parte del Minimo di Dalton». È una notazione interessante, quella di Nervegna. Disponendo, al 31 ottobre, dell'SSN (Smoothed sunspot number) di aprile, a 16 mesi di distanza dal minimo matematico del dicembre 2008, si dà la seguente tabella di comparazione:

ciclo 24 dicembre 2008 SSN 1,7 aprile 2010 SSN 13,9
ciclo 6 dicembre 1810 SSN 0,0 aprile 1812 SSN 3,7
ciclo 7 maggio 1823 SSN 0,1 settembre 1824 SSN 8,5
ciclo 10 dicembre 1855 SSN 3,2 aprile 1857 SSN 16,7

Può darsi che Nervegna intendesse rifarsi ad altri valori e quindi l'interpretazione non sia univoca; da qui tuttavia, si rileva come il ciclo 24 sia paragonabile al trend iniziale del ciclo 10, che aprì il Minimo di Damon (una fase di debolezza solare, di cui si discute se effettivamente meriti la classificazione di minimo). I due cicli del Minimo di Dalton (quindi anche il ciclo 7) appaiono invece notevolmente più rallentati del presente; e, siccome non sarà mai ripetuto abbastanza, va pure sottolineato che il Minimo di Dalton, a differenza del Minimo di Maunder, non è classificato come una fase di quiescenza solare, bensì come un semplice periodo di attività moderata, che contraddistingue il 70% della vita del Sole [Usoskin, p. 61]. Ecco perché il ciclo 24 non può, nemmeno lontanamente, definirsi eccezionale; allo stato attuale non si discosta da quel 70% di probabilità che gli anni a venire seguano un trend di attività moderata: nulla di più normale del ciclo 24, allora. Eccezionale, semmai, può darsi sia stato il periodo precedente, il Modern grand maximum posteriore al 1933 e terminato (forse) col massimo del ciclo 23 (anno 2000), poiché un evento del genere occupa il 10-15% della vita del Sole. Ma se questa eccezionalità sia stata alla base del tanto discusso riscaldamento globale, nessuno è ancora riuscito a stabilirlo.

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Giovedì 28 Ottobre 2010 10:41

Vulcani e Clima

Esistono molteplici  fattori che regolano il clima terrestre però solo l’attività vulcanica può generare cambiamenti climatici tanto repentini e drastici.

Le eruzioni vulcaniche possono immettere nella stratosfera quantità impressionanti di aerosol vulcanico in grado di ridurre drasticamente la radiazione solare  e di incrementare notevolmente la  nuvolosità .

Le eruzioni vulcaniche possono essere descritte in funzione del loro indice di esplosività vulcanica (VEI=Volcanic Explosivity Index).

L’indice è un sistema semi qualitativo adottato per descrivere e stimare le varie eruzioni vulcaniche susseguitasi. I principali fattori presi in esame sono il volume del materiale eruttato l’altezza della colonna il tipo di eruzione, la durata e la possibile iniezione di materiale in Troposfera e in Stratosfera.

i-vulcani2

Si ritiene generalmente che un VEI5 (Monte Sant Elena 1980) possano generare anomalie termiche dell’ordine di 0,1-0,5 gradi celsius mentre un VEI 6 (Krakatau 1883, Pinatubo 1991)  anomalie superiori ai 0,5 gradi Celsius (wikipedia).

Conoscere l’indice di esplosività (VEI) e  il volume di tefriti (wikipedia) prodotto non è sufficiente per comprendere le modificazioni prodotte a livello climatico. Il fattore fondamentale è la quantità di aerosol vulcanico immesso in stratosfera.

Faccio l’esempio di due eruzioni VEI 6 avvenute nel 20° secolo il Pinatubo del 1991 che espulse circa 10 km cubici di materiale e il Katmai (Novarupta) del 1912 che produsse dai 13 ai 15 km cubici di materiale.

Ora se confrontiamo le due eruzioni con il primo grafico l’eruzione del Katmani fu meno rilevante per l’aerosol immesso in stratosfera  sia del Pinatubo che del San Elena (VEI5).

Le eruzioni con un alto indice VEI ( 7 o 8 ) sono ritenute le più catastrofiche. Ragionando esclusivamente in termini di materiale eruttato i VEI 7 e VEI 8 possono essere descritti come i supervulcani (wikipedia).

Con la seguente immagine mostro in termini visivi le differenze che ci sono in volume di tefriti eruttato espresso in kilometri cubici (KM³) di alcune delle principali eruzioni avvenute nella storia recente.

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Se dovessimo analizzare la frequenza delle eruzioni in base al VEI otteniamo la seguente tabella:

VEI Tipo di eruzione Altezza della nube Frequenza Esempio
0 non esplosiva < 100 m ogni giorno Kilauea
1 moderata 100-1000 m ogni giorno Stromboli
2 esplosiva 1-5 km settimanale Galeras, 1992
3 violenta 3-15 km annuale Ruiz, 1985
4 catastrofica 10-25 km decennale Galunggung,1982
5 parossistica > 25 km secolare Mt Sant Elena 1980
6 colossale > 25 km secolare Krakatoa, 1883
7 super-colossale > 25 km millenaria Tambora, 1815
8 mega-colossale > 25 km Ogni 10.000 anni Yellowstone, 2 milioni anni fa

Il più recente dei fenomeni VEI 7 fu l’eruzione del Monte Tambora (Indonesia) avvenuta nel 1815 (Wikipedia). L’anno successivo (1816) viene ricordato come l’ anno “senza estate” o “l’anno morto di freddo”.

Le polveri fini eruttate dal Monte Tambora raggiunsero la stratosfera dove, trasportate dalle correnti d’aria, si sparsero su tutto il pianeta impedendo a una parte della radiazione solare di raggiungere il suolo.  Si ebbero conseguenze drammatiche per la scarsità dei raccolti  sia in Europa e che negli Stati Uniti d’America.

Una delle ultime attività vulcanica VEI 8 risale a circa  ~ 26500 anni fa l’eruzione Oruanui avvenuta al lago  Taupo, Taupo Volcanic Zone, North Island, Nuova Zelanda  in cui furono eruttati circa 1170 Km³ di materiale (Wikipedia).

Come esempio di VEI 8 porto l’eruzione del lago Toba ,a Sumatra, Indonesia -avvenuta circa  ~ 74000 anni fa (con un volume di  circa~ 2.800 km ³) . Questa eruzione immerse la Terra in un inverno vulcanico durato diversi anni.

Sul quando avverrà il prossimo VEI7 o VEI 8 nessuno scienziato può fare delle ipotesi certe ma si può ipotizzare dove si  svilupperà. Allego alcune delle zone in cui si potranno riscontrare fenomeni tanto distruttivi:

-Mount Aniakchak(Alaska,USA)
-Aso(Kyushu,Giappone)
-Campi Flegrei(Campania,Italia)
-Kikai Caldera(Ryukyu Islands,Giappone)
-Long Valley Caldera(California,USA)
-Monte Mazama(Oregon,USA) ora Crater Lake
-Lago Taupo(North Island,Nuova Zelanda)
-Lago Toba(Sumatra,Indonesia)
-Valle Grande(Nuovo Messico,USA)
-Monte Warning(Nuovo Galles del Sud,Australia)
-Yellowstone Caldera(Wyoming,USA)
-Mar Mediterraneo(Sicilia,Italia)
Sinceramente spero di non vedere nella mia vita la forza distruttiva di un VEI 7 o di un VEI 8.

 

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Studio francese su 10mila stazioni meteorologiche: osservato un calo del 10%, soprattutto in Europa. Secondo gli esperti, sono le piante a frenare le correnti. E ora si teme per l'eolico

I VENTI del pianeta stanno rallentando. E il fenomeno riguarda soprattutto l'emisfero settentrionale. Sono questi i risultati di una ricerca pubblicata su Nature Geoscience e realizzata da Robert Vautard della Université de Versailles Saint-Quentin-en-Yvelines, in Francia. La velocità delle masse d'aria, calcolata a livello del suolo, è diminuita del 10% nell'arco degli ultimi 30 anni. Studi precedenti avevano già scoperto che negli Stati Uniti, Australia, Cina e in alcune zone d'Europa la forza dei movimenti delle masse d'aria era calata in prossimità della superficie, ma non avevano individuato le cause del fenomeno, anche se tra le ragioni principali venivano indicati i cambiamenti climatici.

I dati raccolti da Vautard dimostrerebbero che il 60% del fenomeno sia da imputare all'aumento della vegetazione dell'emisfero settentrionale. Spiega Vautard: "Siamo rimasti sorpresi nell'osservare un andamento molto chiaro su tutto l'emisfero nord dove il 73% delle stazioni dimostra un rallentamento compreso tra il 5 e il 15%. Tale rallentamento è più elevato dove maggiore è la vegetazione". L'effetto più marcato è senza dubbio in Europa e Asia. La ricerca dimostra anche che il fenomeno ha avuto inizio nel 1960. Oggi però lo scenario è più chiaro.

"L'origine principale del calo dei venti è da ricercare nell'aumento di una rigogliosa vegetazione. Una maggiore quantità di piante rende più "rugoso" il terreno e ciò assorbe  <a href="http://oas.repubblica.it/5c/repubblica.it/nz/ambiente/interna/L-33/1820114537/Middle/OasDefault/Fiat_PuntoEvo_NwSA_SqIns_251010/Fiat_Punto_300x250.html/585a4d73496b7a48366e774142535337?" target="_blank"><img src="http://bs.serving-sys.com/BurstingPipe/BannerSource.asp?FlightID=1872671&Page=&PluID=0&Pos=1961" border=0 width=300 height=250></a> una parte dell'energia del vento, rallentandolo". La rugosità del suolo è ampiamente utilizzata dai meteorologi nelle loro previsioni, ma fino ad oggi nessuno ipotizzava che avesse una tale rilevanza. Analizzando i dati di Vautard alcuni ricercatori ipotizzano che il rallentamento del vento potrebbe avere ricadute sulle potenzialità eoliche del nostro emisfero.

"In realtà sappiamo poco circa la distribuzione e le variazioni dei venti alla quota di rotazione delle pale, tuttavia i dati non sono sufficienti per affermare una ricaduta negativa sull'eolico. Per avere un impatto sulla produzione media annua di energia dall'eolico non deve cambiare solo la velocità media del vento, ma anche altre componenti", spiega il professor Corrado Ratto, esperto di eolico e fisico all'Università degli Studi di Genova. La ricerca di Vautard non è esente da critiche. Alcuni ricercatori ritengono per esempio che l'arco temporale preso in considerazione (30 anni) sia troppo breve; inoltre se fosse proprio la vegetazione ad essere una delle cause maggiori di tale rallentamento, in Asia l'aumento della vegetazione avrebbe dovuto contrarre la velocità dei venti almeno del 30 per cento. Risponde Vautard: "I nostri dati provengono da circa 10.000 stazioni meteorologiche di tutto il mondo e li consideriamo affidabili dal 1979 ad oggi".

Pubblicato in Rassegna climatologica
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